Pei’s World: Luca Beatrice intervista Peishuo Yang

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Luca Beatrice sarà il curatore della mostra Pei’s World che avrà luogo all’Arsenale di Venezia dall’11 maggio al 24 novembre 2019. Riportiamo l’intervista alla gallerista Peishuo Yang.

Luca Beatrice:  Peishuo, ci racconti quando e perché hai deciso di venire in Italia…

Peishuo Yang:  Nel 1997, dopo aver visto il film Good Morning Babilonia, diretto da Paolo e Vittorio Taviani, che racconta la storia di due fratelli toscani artigiani emigrati in America. Fu l’autentico “colpo di fulmine” e così mi sono innamorata della cultura italiana e ho convinto i miei genitori a farmi partire per Firenze, che anche in Cina è considerata la culla del Rinascimento.

 

LB- Rispetto alla tua educazione scolastica e culturale in Cina, quali sono le più evidenti differenze tra il Paese in cui sei nata e quello in cui hai deciso di vivere?

PY – E’ molto diverso il rapporto tra l’individuo e la società. In Cina l’interesse dello Stato e della società viene considerato prima del tuo interesse personale, mentre in Italia è completamente diverso, una differenza neppure immaginabile per chi non conosce la Cina.

 

LB – Perché dunque scegliere Firenze, una città così classica, che trasuda storia e cultura. Non c’è il rischio di una “sindrome di Stendhal”, anche oggi che siamo nel Terzo Millennio?

PY – Eh sì che c’è… Firenze colpisce sempre, negli occhi, nel cuore. Difficile andare via da lì.

 

LB- Dopo gli studi hai deciso di affrontare non un’attività di curatore di mostre o di critico d’arte, ma di intraprendere la strada del mercato. Con quali idee e perché?

PY – Ho studiato arti visive, ma ho deciso di fare la gallerista perché mi sento più a mio agio nell’intraprendere una strada che coniughi cultura e business.

 

LB – Rispetto alla galleria tradizionale il tuo progetto ha evidenti differenze. Non basta esporre in uno spazio, diventa invece necessario supportare gli artisti su diversi mercati. Per esempio quello cinese in cui sei molto attiva. Quali sono le caratteristiche principali del mercato in Cina rispetto a quello europeo e italiano?

PY – La Cina rappresenta un mercato tanto vario quanto difficile.  In Italia, come in altri paesi occidentali, il mercato ha perfezionato il proprio sistema e meccanismo. In Cina tutto questo sta avvenendo. Pro e contro, come in tutte le cose: il contro è che in Cina non ci sono regole fisse da seguire quindi è davvero molto rischioso. Il pro, invece, è che c’è molto spazio, non è saturo e la storia si sta scrivendo proprio in questi anni.

 

LB – All’inizio degli anni 2000 l’arte cinese ebbe un incredibile successo mondiale, nelle mostre, nelle biennali, tanto che molti esperti parlarono di “grande bolla speculativa”. Oggi, vent’anni dopo, cos’è cambiato?

PY – Personalmente credo che con l’ulteriore sviluppo economico e l’apertura che Cina sta vivendo, gli artisti cinesi avranno molto più possibilità per la loro formazione culturale e professionale e che il mercato risponderà con ancor più potere di acquisto.

 

LB – Ora la tua sede è a Milano, città molto più internazionale e dinamica di altre, forse l’unica in Italia a potersela giocare con altre grandi metropoli. Come ti trovi a Milano?

PY – Molto bene. Ho avuto la galleria a Firenze, poi nel 2013 ho deciso di spostarla a Milano in attesa dell’Expo 2015, chiamandola MA-EC. A Shanghai ho vissuto le esperienze dell’Expo 2010 che sono state emozionanti e produttive. Milano non è soltanto una città italiana, è davvero internazionale. Mi piacciono le persone che incontro a Milano, sono dinamiche, intraprendenti, dotate di know how.

LB – Da poco hai cambiato spazio, ti sei ingrandita. Come intendi lavorare a Palazzo Durini?

PY – Sono molto onorata di poter lavorare in una sede storica ed elegante come quella di Palazzo Durini.  Lo spazio racchiude in sé delle belle energie, c’è un continuo dialogo tra le opere e l’ambiente circostante.

 

LB – Lavori con artisti da tutto il mondo. Cinesi, africani, sudamericani, asiatici ed europei. Come li scegli e perché?

PY – Perché mi piace entrare in contatto con culture diverse. Non esiste una verità unica, dipende molto dal punto di vista e dalle interpretazioni. Chi viene da una cultura diversa vede le stesse cose diverse da te, lo trovo bello così. In fin dei conti  è come arrampicarsi sulla torre di Babele, l’arte è un linguaggio universale che unisce le differenze.

 

LB – Parliamo un po’ degli artisti che rappresentano il mondo di Pei durante la Biennale di Venezia?PY – Con Tannaz Lahiji ci conosciamo dai tempi della scuola. Devo dire che all’inizio non capivo molto bene la sua arte, appariva persino troppo forte per me, così esuberante e coinvolgente. Man mano che ci siamo frequentate ho cominciato a comprenderne la personalità e il pensiero. E’ stato un percorso graduale, finché un giorno in cui mentre sfogliavo il suo album di viaggio in Iran, ho capito. Ho capito da dove provengono quei colori accesi, le luci, i contrasti, persino i profumi. Giorgio Piccaia è un figlio d’arte.  Lo stiamo promuovendo molto sia in Italia che all’estero, specialmente in Cina. La sua pittura si regge su simboli e forme sintetizzate che incuriosisce i miei connazionali perché la lingua cinese usa l’ideogramma come chiave di lettura e la sua arte è un racconto in forma pittorica con altrettanta connotazione concettuale. Giorgio è una persona spiritosa, ama giocare con varie espressioni artistiche ed entrare in contatto con culture lontane. La pittura di Jorge Cavelier invece ha colori teneri e romantici, forme che ricordano le morbide sfumature della sua terra. Crea delle sculture-installazioni sul tema della foresta che dialogano con le sue tele.  Afran viene dal Camerun. Mi ha impressionato subito la forza primordiale, spontanea e mistica dei suoi lavori. Afran rappresenta una cultura molto lontana dalla mia, proprio per questo ho pensato di rappresentarlo a Pei’s World.

 

LB – In particolare c’è curiosità verso gli artisti cinesi, visto che rappresentano la cultura del tuo paese.

PY – Huiming Hu è una giovane artista cinese ma ci siamo conosciute in Toscana quando studiava all’Accademia di Carrara. E’ molto preparata dal punto di vista tecnico come molti studenti cinesi, ma in lei vedo anche una creatività incontaminata e spontanea. Ha il pensiero libero, come se fosse stata sempre all’estero, invece è nata e cresciuta in Cina. Mi ha incuriosito il suo percorso e la sua formazione. Viene da Jingdezhen, la capitale mondiale della porcellana, già ai tempi della Dinastia Tang (d.c 618-907). Mi raccontava che siccome a Jingdezhen la gente possiede gli antichi segreti della produzione di porcellana, lo stato cinese impone regole rigidissime per concedere la possibilità di andare all’estero. Lei ha dovuto superare molte difficoltà per arrivare in Italia a studiare. Le sue opere contengono diverse sfaccettature concettuali in cui ogni parte ha il proprio messaggio che rispecchia il relativo pensiero. Guardando il suo lavoro, il gioco sta nella scoperta graduale e continua. Anche per la tecnica, non ne usa quasi mai una sola, bensì un armonioso accordo tra pittura, fotografia, performance e installazione. Ma Cong, invece, l’ho conosciuto come designer, alla Triennale di Milano. E’ stato il primo designer cinese a ottenere l’invito per una personale alla Design Week. I suoi oggetti sono ricchi di contenuti storici, reinterpretati in chiave attuale. Per la nostra mostra all’Arsenale ha creato appositamente la serie Pig (All) is Well, omaggio all’anno del Maiale in Cina, ma nella lingua cinese Pig e All sono omofoni. Cong ha sentito dire che il titolo della Biennale 2019, May you live in interesting times, sarebbe un antico detto cinese di cui però i cinesi non ne sanno niente. Quindi per divertimento lui ha fatto coprire gli occhi dei maialini con le loro orecchie, così per dire “non sento niente e non vedo niente e non ne voglio sapere”.

 

LB – I tuoi collezionisti, quelli nuovi e quelli che ti seguono da più tempo, stanno più in Cina o in Italia? Quali sono le proposte che funzionano di più nel mercato asiatico?

PY – Ho sia collezionisti italiani che cinesi. Agli italiani interessano più i giovani artisti cinesi in crescita e ai cinesi più gli italiani o stranieri. Comunque in Cina c’è davvero spazio per tutti, per artisti contemporanei e per i maestri del passato, per l’arte moderna e l’antiquariato.

 

LB – E infine, la Biennale di Venezia rimane una delle vetrine più importanti dell’arte internazionale. Cosa ti aspetti da questa scelta di proporre il tuo lavoro nei mesi in cui tutto il mondo dell’arte si radunerà tra i Giardini e l’Arsenale?

PY – Spero, e sono convinta, che le opere dei miei artisti avranno successo e i loro linguaggi verranno compresi.  E che la galleria MA-EC possa iniziare una nuova avventura nell’arte contemporanea internazionale.

 


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