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“Sapeva che avrebbe ucciso Youssef”: il gip smonta la versione di Atif e convalida l’arresto

Omicidio a scuola alla Spezia: il gip convalida l’arresto di Atif e smonta la versione del “colpo alla gamba”

LA SPEZIA – Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale della Spezia ha convalidato l’arresto di Atif Zouhair, il giovane accusato di aver ucciso il compagno di scuola Youssef Abanoub, 18 anni, all’istituto Einaudi-Chiodo. Una decisione netta, accompagnata da motivazioni altrettanto nette: per il gip, la versione fornita dall’indagato non regge e gli elementi emersi delineano un quadro in cui l’azione violenta appare compatibile con un’intenzione omicida, almeno nella forma del dolo eventuale.

Il delitto, avvenuto venerdì scorso all’interno dell’ambiente scolastico, ha scosso profondamente la comunità spezzina e riacceso il dibattito sulla sicurezza nelle scuole, sulle dinamiche di violenza giovanile e sui segnali di escalation che, in alcuni casi, precedono tragedie irreparabili.

La versione di Atif davanti al gip: “volevo colpirlo alla gamba e al piede”

Davanti al gip, Atif Zouhair ha provato a ricostruire la propria intenzione in termini “non letali”, sostenendo che il gesto fosse legato a un tentativo di intimidazione dopo presunte minacce ricevute.

“Volevo colpire Youssef per mandargli un segnale dopo le sue minacce, ma volevo colpirlo alla gamba e al piede”.

Una dichiarazione che, però, non ha convinto il giudice, il quale ha valutato l’azione come incompatibile con l’idea di un colpo “dimostrativo” o accidentale.

Il gip: il coltello e la forza del colpo integrano il dolo di omicidio

Nelle motivazioni della convalida, il giudice entra nel merito della dinamica e del tipo di arma utilizzata, sottolineando come l’aggressione non possa essere letta come un gesto “contenuto” o casuale.

“E’ di tutta evidenza – sostiene infatti il gip nelle motivazioni della convalida – che l’elemento volitivo del soggetto che si accinga ad aggredire un terzo con un’arma della fattezza e delle caratteristiche di quella utilizzata dall’Atif, impugnandola e colpendo con essa la vittima con un’intensità tale da provocare una lesione dell’entità di quella nitidamente descritta da alcuni testi oculari non possa che integrare il dolo di omicidio, almeno nella sua forma eventuale, avendo l’agente consapevolmente accettato che dal suo comportamento potesse derivare la morte del soggetto attinto dal colpo”.

Il punto centrale, secondo il gip, è la combinazione tra arma, modalità dell’aggressione e intensità: elementi che renderebbero logicamente prevedibile l’esito mortale e che dunque, sempre secondo il giudice, integrano una responsabilità piena sul piano dell’intenzione.

“Non era la gamba il vero punto di mira”: la posizione dei ragazzi prima dell’aggressione

Il giudice prosegue smontando un altro tassello della versione dell’indagato: l’idea che il bersaglio fosse la gamba. La ricostruzione del contesto e della posizione dei due ragazzi immediatamente prima dell’aggressione, secondo il gip, renderebbe poco credibile la tesi.

“Del resto – prosegue il gip – che non fosse la gamba dello Youssef il reale punto di mira dell’indagato è suffragato logicamente sia dalla posizione in cui i due ragazzi si trovavano poco prima del fatto, ossia l’aggressore in piedi e lo Youssef seduto, sia dalla forza impressa al colpo inferto alla vittima”.

In altre parole, la dinamica descritta e la forza del colpo vengono considerate incompatibili con l’idea di un semplice “avvertimento”.

La tesi del colpo “per sbaglio” non convince: “non compatibile con la dinamica del fatto”

Un altro punto cruciale affrontato nelle motivazioni riguarda la possibilità che il colpo mortale sia stato inferto accidentalmente, magari a causa di un movimento improvviso della vittima. Anche questa ipotesi, secondo il gip, non trova riscontro nella descrizione dei testimoni oculari.

“Non pare convincente posto che una simile eventualità non risulta compatibile con la concreta dinamica del fatto; invero, così come descritto dai testi oculari, al momento dell’aggressione lo Youssef era seduto e da quella posizione si è limitato a protendere le braccia verso il proprio assalitore, senza compiere alcun altro movimento, connotato da maggiore dinamicità, idoneo a far variare la traiettoria del colpo dalla gamba al fianco sinistro”.

Il giudice, dunque, considera poco plausibile che la traiettoria sia cambiata in modo tale da trasformare un colpo alla gamba in un colpo al fianco.

“Non convince lo scivolamento sulla sedia”: il gip contesta la ricostruzione dell’indagato

Il gip torna poi su un dettaglio che Atif avrebbe introdotto nel tentativo di spiegare la deviazione del colpo: uno scivolamento della vittima lungo lo schienale della sedia. Ma anche questa versione viene ritenuta fragile.

“Non convince dunque l’odierna precisazione fornita dall’indagato – prosegue il giudice – in merito al fatto che lo spostamento della vittima, in sede di interrogatorio solo genericamente indicato, si sarebbe concretizzato in uno scivolamento dello Youssef lungo lo schienale della sedia atteso che, quand’anche effettivamente fosse avvenuto – ma i testi oculari non confermano tale circostanza tale movimento non spiegherebbe la direzione laterale e non frontale del colpo ed inoltre non si sarebbe potuto sostanziare in un movimento talmente repentino da non consentire all’indagato di correggere il tiro”.

Il giudice evidenzia quindi una doppia criticità: i testimoni non confermano lo scivolamento e, anche se fosse avvenuto, non spiegherebbe né la direzione del colpo né l’impossibilità di correggere la traiettoria.

Il coltello comprato due giorni prima e nascosto nei pantaloni: “spiegazione inverosimile”

Uno degli aspetti che più pesano nella valutazione del gip riguarda l’arma e il suo occultamento. Il coltello sarebbe stato acquistato pochi giorni prima e, secondo la versione dell’indagato, sarebbe stato portato a scuola per difesa. Ma la modalità con cui sarebbe stato spostato dallo zaino ai pantaloni viene considerata altamente sospetta.

“Ancor meno convincente risulta poi – scrive il giudice – la spiegazione fornita dall’indagato in merito all’occultamento sotto i propri pantaloni del coltello acquistato solo due giorni prima, a suo dire, per difesa, togliendolo dallo zaino all’interno del quale l’aveva portato a scuola, spostamento del luogo di custodia dell’arma avvenuto, significativamente, proprio prima di salire al secondo piano ove si trovava la classe della vittima, già incontrata nelle prime ore della mattinata. Invero l’Atif ha sostenuto di avere tolto il coltello dallo zaino perché glielo bucava, così, quando se n’era accorto, lo aveva messo nei pantaloni dove avrebbe potuto controllarlo meglio: si tratta di una spiegazione davvero inverosimile che, al contrario di quanto l’indagato pretenderebbe, appare idonea a rafforzare ancor più l’ipotesi accusatoria, ossia che costui la mattina del 16 gennaio 2026 abbia avuto l’intenzione di affrontare fisicamente lo Youssef a seguito delle minacce da lui asseritamente ricevute e che ciò abbia fatto avvalendosi di un’arma particolarmente micidiale, dunque efficace, comprata solo pochi giorni prima”.

Per il gip, quindi, la spiegazione non solo non chiarisce, ma rafforza l’ipotesi accusatoria: l’arma sarebbe stata portata con l’intenzione di affrontare fisicamente la vittima, con un mezzo “particolarmente micidiale”.

Il movente: gelosia e volontà di dimostrare forza

Il giudice, nelle motivazioni, affronta anche il tema del movente, che al momento sarebbe delineabile sulla base di quanto riferito dall’indagato e dalla sua ragazza. Un quadro in cui emergerebbero gelosia e possessività.

“La ricostruzione del movente, al momento delineabile, sulla scorta di quanto riferito dallo stesso indagato e dalla ragazza di costui, contribuisce a dare ulteriore riscontro alla ricostruzione del fatto così come prospettata nei suoi elementi costituitivi oggettivo e soggettivo, essendo emerso un forte sentimento di gelosia e possessività dell’indagato nei confronti di (omissis, ndr) tale da indurlo a sfidare chi avesse osato avvicinarsi alla giovane, unito alla volontà di dimostrare a quest’ultima ed a colui che riteneva un potenziale rivale la propria forza, in modo da farlo desistere da ulteriori tentativi di approccio a lui sgraditi”.

Una motivazione che inserisce l’episodio dentro una dinamica relazionale e psicologica ben precisa, in cui l’aggressione non sarebbe stata un gesto improvviso e isolato, ma il punto finale di una tensione legata al controllo e al confronto.

Una vicenda che scuote la scuola e la città: il nodo della prevenzione

La morte di Youssef Abanoub dentro un istituto scolastico non è soltanto un fatto di cronaca giudiziaria: è un trauma collettivo. La scuola, per definizione luogo di crescita e protezione, diventa improvvisamente scenario di violenza estrema. E questo impone interrogativi che vanno oltre il singolo procedimento: come intercettare prima i segnali di conflitto? Come prevenire l’ingresso di armi? Quali strumenti hanno le istituzioni scolastiche per gestire situazioni di tensione?

Intanto, sul piano giudiziario, la convalida dell’arresto segna un punto fermo: per il gip la ricostruzione dell’indagato non appare credibile e gli elementi raccolti portano verso un’impostazione accusatoria solida, in cui l’omicidio non può essere derubricato a gesto involontario.

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