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Trieste: inaugurata al Museo Revoltella la mostra dedicata a “Van Gogh”

Resterà aperta fino al 30 giugno 2024.

Trieste: inaugurata al Museo Revoltella la mostra dedicata a “Van Gogh”.

Oltre 50 capolavori dell’artista più amato dal pubblico di tutto il mondo – tra cui le opere iconiche quali “L’Arlesiana (da Gauguin)”, “Ritratto di uomo (Ritratto di Joseph-Michel Ginoux)”, “Il Seminatore” e “il Giardiniere” – saranno esposti da domani, 22 febbraio fino al 30 giugno 2024, al Museo Revoltella in quella che si preannuncia essere, ancora una volta dopo il grande successo a Roma, la “mostra dei record”, visitata in pochi mesi da 600.000 visitatori a Roma.

La mostra, promossa e organizzata dal Comune di Trieste – Assessorato alle politiche della cultura e del turismo, con il supporto di PromoTurismo FVG e del Trieste Convention and Visitors Bureau, con il contributo della Fondazione CRTrieste, è prodotta da Arthemisia e realizzata in collaborazione con il Kröller-Müller Museum di Otterlo.

La mostra vede come sponsor e mobility partner Trieste Trasporti S.p.A, sponsor Generali Valore Cultura, media partner la Repubblica e partner Caffè degli Specchi e Antico Ristorante Tommaseo.

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Il catalogo è edito da Skira.

Questa mattina (21 febbraio) al Museo Revoltella alla presenza dell’assessore alle Politiche della Cultura e del Turismo Giorgio Rossi, della dirigente del Servizio promozione turistica, musei, eventi culturali e sportivi del Comune di Trieste, Francesca Locci, della presidente di Arthemisia, Iole Siena, delle curatrici Maria Teresa Benedetti e Francesca Villanti e di un folto gruppo di studenti del Collegio del Mondo Unito, si è svolta l’inaugurazione della mostra dedicata a Van Gogh, visitabile fino al 30 giugno 2024.

L’assessore alle Politiche della Cultura e del Turismo Giorgio Rossi ha esordito ringraziando gli organizzatori e tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di una mostra che fino a qualche anno fa sembrava impossibile portare a Trieste.

“La mostra su Van Gogh l’ho fortemente desiderata e finalmente, dopo un paio d’anni, il mio desiderio si avvera. Questa mostra permetterà di valorizzare il Museo Revoltella dando la possibilità non solo ai triestini, ma anche ai tantissimi turisti che visitano la città, di vivere un’esperienza con un’artista straordinario, una significativa opportunità per tutti di avvicinarsi all’arte di uno dei maggiori protagonisti del panorama internazionale d’epoca moderna.”.

“Qualsiasi traguardo può essere raggiunto”, ha aggiunto l’assessore Giorgio Rossi, rivolgendosi agli studenti del Collegio del Mondo Unito, citando Classius Clay, esempio di determinazione nella vita e nello sport, “anche portare una mostra di questo livello a Trieste”.

La presidente di Arthemisia, Iole Siena, ha ribadito la solidità del rapporto tra Arthemisia e Trieste “un rapporto a cui tengo particolarmente, perché quando abbiamo iniziato questa avventura, ormai 5 o 6 anni fa, lo abbiamo fatto nell’incredulità generale, quando nessuno scommetteva su Trieste per portare mostre importanti. Abbiamo iniziato allestendo una una mostra sul mondo Lego che ha dato subito risultati incredibili con 50mila visitatori, proseguito con Escher e I Macchiaioli e questo mi rende particolarmente orgogliosa, perché ritengo che abbiamo fatto un lavoro incredibile insieme. Trieste oggi è considerata infatti uno dei punti di riferimento per le grandi nostre d’arte. Ringrazio l’Assessore e l’Amministrazione comunale che hanno creduto in noi”.

La dirigente del Servizio promozione turistica, musei, eventi culturali e sportivi del Comune di Trieste, Francesca Locci, ha pubblicizzato la proposta promozionale a favore dei turisti denominata “Trieste ti regala le Grandi Mostre”. L’iniziativa mira a incentivare il turismo culturale in città grazie agli introiti dell’imposta di soggiorno: coloro che pernotteranno almeno due notti nelle strutture alberghiere convenzionate, riceveranno in omaggio la FVG Card – uno speciale pass che consente di scoprire il Friuli Venezia Giulia usufruendo di particolari vantaggi – che in questa particolare occasione consentirà l’ingresso gratuito ad entrambe le mostre in corso al Museo Revoltella “Van Gogh” e “Antonio Ligabue” (info su https://www.discover-trieste.it/Esperienze-e-pacchetti-turistici).

L’iniziativa è sostenuta da PromoTurismo FVG e dal Trieste Convention and Visitors Bureau.

In occasione della mostra su Van Gogh, con un unico biglietto d’ingresso si potrà visitare anche il bellissimo Museo Revoltella – Galleria d’arte moderna di Trieste che vanta una prestigiosa collezione: a partire dal ricchissimo lascito dell’omonimo barone Pasquale Revoltella – che ne fece la sua dimora fino al 1869 – fino alle più recenti acquisizioni di importanti esponenti dell’arte moderna e contemporanea.

La mostra, come ha ricordato Francesca Villanti, sarà arricchita da una presenza speciale: i due ritratti di Monsieur e Madame Ginoux (i proprietari del Café de la Gare di Arles frequentato da Van Gogh), realizzati nel 1890 e conservati rispettivamente l’uno presso il Kröller-Müller Museum di Otterlo – prestatore di quasi tutte le opere presenti in mostra – e l’altra alla Galleria Nazionale di Roma, a cui si deve anche il prestito di un’altra opera di grande bellezza: il Giardiniere.

Vincent van Gogh, come ha ricordato Maria Teresa Benedetti, ebbe una vita tormentata, trascorsa sul filo della pazzia, inquieta ed errabonda, fino al tragico finale che lo portò al suicidio ad appena 37 anni.

Come molti grandi artisti, la sua opera non fu compresa in vita ma oggi è l’artista più conosciuto al mondo, icona della storia dell’arte, amatissimo dal grande pubblico.

Nella mostra a Trieste – curata da Maria Teresa Benedetti e Francesca Villanti e realizzata con la collaborazione del Museo Kröller-Müller di Otterlo – saranno esposti oltre 50 capolavori di Van Gogh, arricchiti da ampi apparati didattici, video, sale emozionanti e scenografiche e molto altro.

LA MOSTRA

L’esposizione, che documenta in ordine cronologico l’intero percorso del pittore, parte dal racconto approfondito dei primi cinque anni di attività dell’artista, soffermandosi sugli scuri paesaggi della sua giovinezza e sulle numerose figure dedite al lavoro della terra.

Gli anni che vanno dal 1881 al 1885 sono determinanti, contano più di quanto non appaia dalle opere stesse. Van Gogh si limita principalmente al disegno, è consapevole di dover avere pieno possesso degli strumenti tecnici per poter diventare un pittore, “non dovete pensare che io abbia messo da parte l’acquerello o la pittura. Certo che ci penso, ma il disegno è l’origine di tutto” e ancora “non ho mai rimpianto un solo istante il fatto di non aver cominciato subito facendo acquerelli e pittura. So per certo che arriverò se continuerò a lavorare nonostante le difficoltà, in modo che la mia mano non abbia incertezze nel disegno e nella prospettiva”.

Un nutrito numero di disegni è dedicato al tema dei seminatori, dei raccoglitori di patate, dei boscaioli e delle contadine dedite a mansioni domestiche. La grandezza dell’artista si rivela nell’espressività dei volti, negli atteggiamenti dei corpi, nella fatica intesa come ineluttabile destino.

Nei due anni del soggiorno parigino, 1886-1888, Vincent assorbe il clima artistico vitale della città, si lega ad artisti come Émile Bernard, Toulouse-Lautrec e Louis Anquetin. Definisce sé stesso e gli amici come gli artisti del Petit Boulevard, mentre riserva ai grandi protagonisti dell’Impressionismo come Monet, Degas, Renoir, Sisley e Pissarro l’appellativo di artisti del Grand Boulevard.

Van Gogh si dedica a un’accurata ricerca del colore sulla scia impressionista conquistando un linguaggio più immediato e cromaticamente vibrante, che si rende evidente dopo il trasferimento ad Arles.

L’immersione nella luce e nel calore del sud, a partire dal 1888, genera sconvolgimenti emotivi ancora maggiori, che lo portano verso eccessi cromatici, che con la forza del tratto, delle vibranti e violente pennellate, rendono la rappresentazione della natura un esempio unico nella storia dell’arte.

L’esilio volontario nella primavera del 1889 nell’ospedale psichiatrico di Saint Paul de Mausole, vicino a Saint Remy sigla un periodo non sempre sereno ma artisticamente fecondo. L’arte di Van

Gogh tocca vertici fino ad allora mai raggiunti, individuando nel rapporto con la natura e con gli esseri umani nuove forme di bellezza. Ecco, quindi, che torna l’immagine de Il Seminatore realizzato ad Arles nel giugno 1888, con la quale Van Gogh avverte che si può giungere a una tale sfera espressiva solo attraverso un uso metafisico del colore.

E così Il giardino dell’ospedale a Saint-Rémy (1889) assume l’aspetto di un intricato tumulto.

Negli ultimi tre mesi trascorsi a Auvers-sur-Oise, pur oscurati da una nube sempre presente, Van Gogh produce un gran numero di opere.

A fine luglio 1890, Van Gogh decide di porre fine alla sua esistenza.

Prima sezione – Olanda

“IL DISEGNO È L’ORIGINE DI TUTTO”

L’attività artistica di Van Gogh si dispiega in un primo tempo soltanto nel disegno. I primi anni

contano più di quanto non appaia dalle opere stesse: è l’inizio di un cammino tortuoso per conquistare la padronanza di un segno strutturante e incisivo, che quando incontrerà il colore si tradurrà nelle superfici vibranti e nelle tormentate figure che l’hanno reso immortale. Vincent si getta con impeto nel lavoro, vuole impadronirsi della tecnica, segue un programma di apprendimento auto progettato, vuole imparare la prospettiva e le regole della proporzione. Si serve di alcuni manuali tra cui il prezioso Cours de dessin di Charles Bargue. Ritrae il paesaggio che lo circonda, il bosco, la campagna, i mulini. È focalizzato sulla conquista della tecnica; in alcuni casi si sofferma sui dettagli con una precisione calligrafica, altre volte sembra più frettoloso, come se non considerasse l’opera nel suo insieme.

Non riuscendo ancora a dominare la prospettiva, inizia a servirsi di uno strumento a cui facevano ricorso Dürer e gli antichi maestri olandesi: la cornice prospettica. Si tratta di una sorta di telaio con una trama di fili verticali, orizzontali e obliqui, che consentono di guardare attraverso di esso come attraverso una finestra. In molte opere sono ancora visibili le linee guida corrispondenti alle divisioni della griglia per marcare la prospettiva.

Dopo due anni trascorsi all’Aia, Van Gogh desidera ritrovare la natura. Riaffiorano in lui le immagini della bellezza campestre del Drenthe, una regione del nord povera e desolata, evocata nei racconti degli amici pittori Mauve e Van Rappard: “Mi piacerebbe stare solo con la natura per qualche tempo, lontano dalla città”.

Il paesaggio lo colpisce con la sua solitaria e tragica imponenza, contrassegnata da bassi casolari di zolle sparsi nella brughiera. Appena due mesi dopo si rende conto che la realtà non corrisponde alle immagini di bellezza che aveva fantasticato e decide di raggiungere i genitori a Nuenen, vicino a Eindhoven.

I brevi mesi trascorsi in solitudine nella provincia di Drenthe hanno avvicinato Van Gogh ai misteri della natura in maniera più profonda, rendendolo sempre più convinto di dover raccontare la poesia della vita rurale: “Le brughiere, i villaggi qui sono ancora molto belli e ora che sono qui vedo in essi un’inesauribile fonte di soggetti di vita contadina, e non ho che da mettermi all’opera e lavorare”. È una vita contadina non ancora contaminata dalla civiltà, fatta di uomini e donne dediti al lavoro, eroi di una fatica quotidiana dal volto stanco e miserabile.

L’artigianato, la vita contadina e gli abitanti dei villaggi “della vecchia razza del Brabante” saranno i soggetti su cui concentrerà la sua attenzione nei quasi due anni che trascorrerà a Nuenen.

Il Seminatore

Van Gogh percepisce la portata simbolica dell’arte di Jean-François Millet sin dal primo incontro a Parigi nel 1875, quando, al cospetto dei suoi lavori, si dichiara pervaso da un’emozione sacrale: “Ho sentito qualcosa come toglietevi le scarpe, state calpestando una terra santa”. Un’opera del pittore francese, più di qualsiasi altra, influenzerà Vincent fino agli ultimi anni della sua vita: Il seminatore. “Quanto al seminatore – scrive già all’inizio del 1880 – sono già cinque volte che lo disegno, due in piccolo, tre in grande, eppure loriprenderò ancora, tanto mi assilla questa figura”.

Van Gogh ravvisa nel seminatore il riferimento alla parabola di Cristo che sparge le sue parole come fossero sementi tra la gente, un richiamo al suo antico desiderio di farsi “seminatore della parola” quando ancora pensava che sarebbe diventato un predicatore seguendo le orme paterne. “Sento inequivocabilmente che la storia degli uomini è come quella del grano, se non si viene seminati nella terra per germogliarvi, succede che si è macinati per diventare pane”.

La rappresentazione della vita dei campi assume un alto significato etico oltre che estetico. Il contadino diventa eroe della fatica quotidiana. Vincent ama l’autenticità, la semplicità, l’umiltà e il lavoro: non cerca un’immagine idilliaca della vita agreste ma desidera evidenziarne l’asprezza. Egli ricalca le linee delle opere di Millet per tutta la vita, sicuro di poterne così acquisire i segreti e diventare un pittore della vita contadina.

Seconda sezione – Parigi

Alla fine di febbraio 1886 Van Gogh decide di trasferirsi a Parigi avvertendo la necessità di confrontarsi con un mondo di cui gli giungono, seppur indirettamente, significative notizie.

Si trova di fronte all’ottava ed ultima mostra impressionista dominata dalle giovani figure di Seurat, Signac e Gauguin. Penetra intensamente nel nuovo dibattito, che vede l’esperienza impressionista mutarsi in un linguaggio dai presupposti scientifici, basato sull’accostamento dei colori puri e su un disegno sintetico.

Un nuovo modo di intendere la natura denota un’adesione a un linguaggio impressionista e liberamente neoimpressionista. La tavolozza accoglie la luminosità del colore.

Conquistato, il pittore individua una moltitudine di possibilità espressive, dato rilevabile anche nelle belle nature morte dominate da ricchi accostamenti cromatici, specie se l’artista dipinge fiori che dispiegano un raro sfarzo.

Nel breve soggiorno parigino Vincent assorbe il clima artistico vitale della città e si lega ad artisti come Émile Bernard, Toulouse-Lautrec e Loius Anquetin. Definisce sé stesso e i gli amici come gli artisti del Petit Boulevard, mentre riserva ai grandi protagonisti dell’Impressionismo come Monet, Degas, Renoir, Sisley e Pissarro l’appellativo di artisti del Grand Boulevard.

Conosce Gauguin, appena tornato dalla Martinica, che per lui incarna un’ideale immagine di vagabondo, di viaggiatore intorno al mondo, alieno da ogni precisa destinazione.

Terza sezione – Arles

In una lettera del 18 agosto 1888 scrive al fratello Theo: “Quanto ho appreso a Parigi svanisce, e io sto tornando alle idee che mi erano venute in campagna, prima di conoscere gli Impressionisti.

[…] Infatti, invece di cercare di riprodurre fedelmente ciò che ho davanti agli occhi, mi servo del colore in maniera più arbitraria, per esprimermi con maggiore forza”.

I colori, nella luce accecante del sud, assumono un’altra dimensione. La lezione di Parigi non è più determinante.

Vincent riprende a sognare sinfonie di colori associabili a toni musicali. Ogni spazialità disegnata è eliminata, le forme si collocano in un morbido assemblarsi e fluire senza rigore, con grande dolcezza. Lo spazio è creato dal colore. Si avverte il senso di una nuova libertà. Fin dall’arrivo il pittore sfrutta le suggestioni di quella terra, cerca di rinnovarsi e riversare nei suoi dipinti un clima vitale di giovinezza. Paragona il suo soggiorno in Provenza a quello di Delacroix in nord Africa, anch’egli all’inseguimento della luce e del colore.

Ricorda come Monet e Signac abbiano visitato le regioni del Mediterraneo e Cézanne abbia stabilito la sua residenza definitiva ad Aix-en-Provence. La geografia delle associazioni si estende fino al Giappone, luogo immerso nell’età dell’oro e dell’innocenza. Descrivendo la campagna vuole esprimere sensazioni allegre, gioiose.

Viva è la speranza di realizzare dipinti sempre luminosi. Van Gogh discende nell’abisso ma è capace di risalire in modo subitaneo e veemente. Lo studio del colore è sempre associato a una sua interiorizzazione, a una trasformazione del dato tecnico in altri significati. Ciò allontana il pittore sempre più dall’Impressionismo, legato al prevalere dell’esperienza ottica, mentre permane la passione per Delacroix, Millet e Corot. Attraverso il colore amplifica i significati della realtà, anche nella rappresentazione della figura umana.

I ritratti di M. e M.me Ginoux

“Quello che nel mio mestiere mi appassiona di più, molto, molto più di tutto il resto è il ritratto, il ritratto moderno. Io il ritratto lo cerco attraverso il colore […]. Vorrei fare ritratti che tra un secolo alla gente di quell’epoca sembrino delle apparizioni. Dunque, non cerco di ritrarre la somiglianza fotografica, bensì le nostre espressioni appassionate”. Egli non vuole semplicemente ritrarre l’immagine delle figure ma ambisce a penetrarne l’anima.

Ed è proprio l’anima di Madame Ginoux che Van Gogh immortala nello splendido capolavoro L’Arlesiana (da Gauguin). Il colore opaco della carnagione, gli occhi calmi, l’abito nero sullo sfondo rosa celano il profondo malessere della donna dovuto alla stessa malattia di cui soffre Vincent: l’inquietudine di vivere. Il pittore ne è attratto e sente il bisogno di indagare la sua figura fino in fondo, tanto da ritrarla per sette volte, due nel novembre 1888 ad Arles, e cinque nei primi venti giorni di febbraio 1890.

Il colore diventa violento, invece, nel ritratto di Joseph-Michel Ginoux. Van Gogh lo usa con sicurezza e coraggio per conferire al dipinto un forte senso di vitalità. Il blu intenso della giacca è in netto contrasto con il magnifico sfondo giallo-verde. Gli occhi socchiusi e i contorni netti del viso rimandano l’immagine di un uomo risoluto, dal modo un po’ arrogante che sembra guardare il pittore dall’alto in basso. Nella definizione della figura si avverte l’importanza assunta dal colore enunciata dalle sue parole.

Quarta Sezione – Saint-Rémy-De-Provence e Auvers-Sur-Oise

A Saint-Rémy l’artista vuole ritornare a un uso del colore più semplice. Paragona l’astenersi dal bere alla rinuncia alla generosità cromatica, mirando ad una maggiore lucidità. La sua fiducia nel potere terapeutico dei colori moderati si dimostra ingiustificata. Il suo primo attacco di follia nel manicomio di Saint-Paul-de-Mausole lo colpisce a metà di luglio, mentre dipinge nei campi in una giornata di vento. Dopo il primo mese nel quale non gli è concesso di uscire dai confini dell’ospedale, finalmente si avventura oltre le mura e torna nei campi. Nei giorni sereni, quando le tempeste della mente si placano, è persino perfettamente in grado di formulare un’autoanalisi. È circondato dalle sue opere, eseguite proprio prima degli attacchi o durante il periodo in cui si ristabilisce. Crede che questi lavori riflettano gli alti e bassi del suo stato e soprattutto che possano essere proprio le sue creazioni artistiche a scatenare la follia. Si chiede se il mutamento del suo linguaggio sia in qualche modo legato all’instabilità delle sue condizioni mentali. Le insidie che precedono la caduta si ritrovano in una natura incapace ormai di concedere dolcezza. Lavorare dal vero non è il suo unico impegno. Dal 23 ottobre 1889, quando riceve dal fratello una nuova serie di riproduzioni da Millet, affianca alla pittura en plein air l’esercizio di copia da lui ritenuto fondamentale come esperienza artistica oltre che attività piacevole e consolatoria. Negli ultimi tre mesi trascorsi a Auvers-sur-Oise si dedica a un gran numero di opere: ritrae persone vicine ma anche modelli occasionali, dipinge paesaggi e nature morte. Quanto al ritratto, afferma di volerlo esplorare in chiave moderna.

Il Giardiniere

Nell’epistolario quasi quotidiano dell’artista non c’è nessun riferimento esplicito al dipinto Il Giardiniere – con questo titolo o con altri simili – né compare negli elenchi delle tele che l’artista spediva periodicamente al fratello per scopi di esposizione o vendita. Pur essendo un ritratto, non ne sono state eseguite altre versioni da donare alla persona effigiata o a famigliari e amici, come era già successo in altri casi.

Dal momento che si tratta di un’opera di altissimo livello, eseguita da Van Gogh a Saint- Rémy in un periodo di intensa introspezione e di fragilità psicologica, il silenzio dell’artista fa pensare che il dipinto sia stato originariamente concepito con un significato privato, non destinato necessariamente al pubblico quindi, ma realizzato per sé stesso.

Solo recentemente, nel 2018, Martin Bailey ha identificato il personaggio ritratto come Jean Barral, il contadino che viveva nei dintorni dell’ex convento e che occasionalmente prestava la sua attività nei terreni di proprietà dell’istituto.

Comprata dal collezionista fiorentino Gustavo Sforni nel 1910, rimane per lungo tempo l’unica opera di Van Gogh presente in Italia.

Il 24 novembre 1988 lo Stato italiano, attraverso complesse trattative, riesce a esercitare il diritto di prelazione per l’acquisto dell’opera, che sembrava ormai acquistata dal Guggenheim di Venezia per 8,5 milioni di dollari.

Le due opere di Van Gogh della Galleria Nazionale, insieme a Le Cabanon de Jourdan di Cézanne, furono rubate dalle sale del museo nella notte del 19 maggio 1988. Le tre opere furono poi ritrovate tra il 15 e il 16 luglio dello stesso anno dai Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale.

Trieste: inaugurata al Museo Revoltella la mostra dedicata a "Van Gogh".

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