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Iran, Khamenei accusa Trump per i morti nelle proteste: raid Usa congelato e rinforzi nel Golfo

Khamenei accusa Trump per i morti delle proteste: Usa frenano sull’attacco e rafforzano le truppe nel Golfo

Ali Khamenei è tornato a parlare pubblicamente a Teheran durante la ricorrenza religiosa dell’Eid al-Mab’ath e ha puntato il dito contro Donald Trump, accusandolo di essere responsabile delle vittime registrate nelle proteste esplose nelle ultime settimane. Nel discorso, rilanciato anche sui social, la Guida suprema ha definito il presidente degli Stati Uniti un “criminale” e ha sostenuto che le manifestazioni siano state “istigate” dall’estero, chiamando in causa Stati Uniti e Israele e promettendo che i responsabili – interni e internazionali – “non resteranno impuniti”.

La retorica si accompagna a un messaggio di deterrenza sul fronte interno: Khamenei ha invocato una risposta severa e ha chiesto alle autorità di “spezzare la schiena” ai rivoltosi, mentre il quadro dei diritti umani resta al centro dell’allarme internazionale.

Proteste, bilanci e repressione: numeri contestati e accuse incrociate

Il bilancio delle vittime continua a essere oggetto di versioni divergenti: gruppi per i diritti umani parlano di migliaia di morti e di un numero molto elevato di arresti, mentre le autorità iraniane attribuiscono la violenza a “agenti” e “terroristi” legati a potenze straniere. In questo contesto, lo stesso Khamenei ha fatto riferimento a “migliaia” di morti, un passaggio interpretato come un’ammissione indiretta della gravità della crisi.

Sul piano giudiziario, la tensione resta altissima: dopo dichiarazioni e contro-dichiarazioni su possibili esecuzioni legate alle proteste, Teheran ha respinto l’idea di un allentamento strutturale della repressione, lasciando intendere che i procedimenti continueranno.

Il raid mancato: perché l’ordine non è arrivato e lo scontro dentro Washington

Negli Stati Uniti, lo scenario militare resta sullo sfondo, ma condiziona ogni passaggio diplomatico. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Trump avrebbe valutato l’ipotesi di un attacco e avrebbe chiesto al Pentagono di prepararsi, senza, però, impartire l’ordine finale. A pesare, sempre secondo la ricostruzione, sarebbero stati i dubbi sull’esito politico – in particolare sulla tenuta del regime e sul “day after” – oltre ai vincoli operativi e al rischio di trascinare la regione in un conflitto più lungo e imprevedibile.

Nello stesso perimetro si inseriscono anche le pressioni degli alleati regionali e la necessità di calibrare la postura militare: la Casa Bianca si muove tra deterrenza e timore di un effetto boomerang, con la possibilità che un’azione esterna finisca per compattare apparati di sicurezza e irrigidire ulteriormente la repressione interna.

Il Pentagono rafforza la presenza: portaerei e difese per alzare la soglia di deterrenza

Mentre l’attacco non si è concretizzato, gli Stati Uniti hanno aumentato il livello di attenzione nell’area e rafforzato la presenza militare in Medio Oriente, anche per proteggere basi e interessi americani da eventuali ritorsioni. La logica è quella di una deterrenza “visibile”, con l’obiettivo di scoraggiare colpi contro asset statunitensi e, allo stesso tempo, mantenere opzioni operative credibili senza scivolare automaticamente verso l’escalation.

Lo spazio aereo sotto osservazione: l’allerta Ue e il rischio “misidentificazione”

L’innalzamento della tensione si riflette anche sulla sicurezza del traffico aereo. L’Agenzia dell’Unione Europea per la Sicurezza Aerea (EASA) ha raccomandato alle compagnie di evitare lo spazio aereo iraniano, citando il rischio legato a un contesto ad “alta allerta” e alla possibilità di reazioni militari imprevedibili, inclusa la “misidentificazione” di velivoli civili in scenari di crisi.

È un segnale operativo che fotografa il timore di incidenti in un’area dove l’errore di calcolo può avere conseguenze immediate, e spiega perché molte rotte continuino a essere deviate anche quando le autorità locali dichiarano riaperture o normalizzazioni parziali.

La guerra dell’informazione: Internet verso un blackout lungo e “selettivo”

Sul fronte interno, la gestione dell’informazione è diventata uno degli strumenti chiave del controllo. Attivisti e osservatori digitali sostengono che Teheran stia spingendo verso un modello strutturale: non un blackout temporaneo, ma una separazione più stabile dalla rete globale, con accesso “a privilegio” per soggetti autorizzati e popolazione confinata su una rete nazionale filtrata. Secondo queste ricostruzioni, la stretta potrebbe proseguire almeno fino a Nowruz (20 marzo 2026), alimentando l’ipotesi di un blocco che arrivi a fine marzo.

In altre parole, la crisi non si combatte solo nelle piazze: si combatte anche su connettività, comunicazioni e capacità dei cittadini di documentare ciò che accade, con un impatto diretto su economia, servizi e libertà individuali.

Reza Pahlavi rilancia da Washington: “Posso garantire la transizione”

Nel vuoto di rappresentanza politica interna, cresce il protagonismo della diaspora. Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, ha rilanciato la sua disponibilità a guidare una fase di transizione, sostenendo di poter offrire una figura unitaria capace di accompagnare il Paese fuori dalla Repubblica islamica. Il suo messaggio si inserisce, però, in un contesto altamente polarizzato: per il regime, ogni leadership esterna è prova della regia straniera; per una parte dell’opposizione, la questione decisiva resta evitare che la crisi scivoli in una guerra civile o in frammentazioni territoriali.

Un equilibrio fragile: repressione interna e rischio escalation regionale

L’attacco frontale di Khamenei a Trump, il “raid congelato” e il rafforzamento militare americano descrivono un equilibrio instabile. Da un lato, Teheran tenta di chiudere la stagione delle proteste con militarizzazione, arresti e controllo informativo; dall’altro, Washington mantiene la pressione, ma calibra le mosse per non trasformare una crisi interna iraniana in un conflitto regionale aperto. E nel mezzo, l’Europa prova a limitare i rischi collaterali, a partire dalla sicurezza dei cieli, mentre il dossier diritti umani continua ad alimentare la frattura diplomatica.

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