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Assalto a La Stampa: irruzione e devastazione nella sede di Torino durante lo sciopero dei giornalisti.

Un centinaio di manifestanti Pro Palestina irrompe nella sede del quotidiano durante lo sciopero dei giornalisti: devastazioni, slogan minacciosi e accuse legate al caso dell’imam Shahin.

Assalto a La Stampa: irruzione e devastazione nella sede di Torino durante lo sciopero dei giornalisti.

Nel primo pomeriggio di ieri, una giornata già segnata dallo sciopero generale e dalla mobilitazione dei giornalisti, Torino è stata teatro di un episodio che riporta alla mente pagine buie della storia italiana. Un centinaio di manifestanti, riconducibili all’area antagonista e ai collettivi studenteschi Pro Palestina, si è staccato dal corteo principale per dirigersi verso la sede del quotidiano La Stampa in via Ernesto Lugaro.

Arrivati davanti all’edificio, comincia il blitz. Letame lanciato contro i cancelli, vernice spray sui muri, striscioni esposti e accuse dirette ai giornalisti del quotidiano.

Poi il salto di livello: viene forzata un’entrata laterale, una porta secondaria. Alcuni hanno il volto coperto da passamontagna, altri no. Una volta dentro, comincia la devastazione: pile di libri e giornali rovesciate, documenti e carte di lavoro buttati all’aria, muri imbrattati. E soprattutto frasi urlate nei corridoi come “giornalista terrorista, sei il primo della lista” o “giornalista ti uccido”.

La redazione, in quel momento, è vuota: i giornalisti hanno aderito in massa allo sciopero proclamato dalla Fnsi. Una coincidenza che ha evitato il contatto diretto tra manifestanti e personale, ma che non attenua la gravità del gesto. Anzi: per molti l’idea di assaltare una sede giornalistica proprio nel giorno in cui quella categoria sciopera “per un’informazione libera, democratica e plurale” rende l’episodio ancora più simbolico e inquietante.

Il bersaglio scelto: La Stampa e il caso Shahin

L’assalto non è stato casuale, e nemmeno generico. Nel mirino c’è La Stampa e il modo in cui, secondo i manifestanti, il quotidiano ha raccontato la vicenda di Mohamed Shahin.

Shahin ha 47 anni, è di origine egiziana ed è imam in una moschea di Torino. Il ministero dell’Interno lo ha ritenuto “una minaccia concreta, attuale e grave per la sicurezza dello Stato”, disponendo la sua espulsione. È stato trasferito nel Cpr di Caltanissetta, in attesa del rimpatrio.

La Procura di Torino, sul piano strettamente penale, lo ha sinora iscritto nel registro degli indagati “solo” per un blocco stradale avvenuto durante un corteo Pro Palestina, ma la sua figura ha acceso un dibattito politico acceso:

  • la destra ha appoggiato la scelta del Viminale, leggendola come un atto a tutela della sicurezza nazionale;

  • da sinistra sono arrivate richieste di fermare il rimpatrio, ricordando che Shahin si definisce oppositore del presidente egiziano Al Sisi e che, in caso di rientro in patria, teme per la propria vita.

L’imam ha chiesto la protezione internazionale, sostenendo di non essere un pericolo per la sicurezza, ma una vittima potenziale di persecuzioni politiche.

In questo clima già carico, il collettivo KSA – Kollettivo Studentesco Autonomo – ha rivendicato sui social il blitz, accusando La Stampa di averlo “dipinto come uno spaventoso terrorista”. È in questa prospettiva che il quotidiano viene individuato come simbolo di una narrazione giudicata “criminalizzante”. Il bersaglio diventa concreto: non “i media” in generale, ma una redazione precisa, con indirizzo e volto.

La risposta del giornale: “un attacco vile, ma non abbiamo paura”

Il Comitato di redazione de La Stampa ha reagito con parole molto nette. In un comunicato, i giornalisti parlano di “un attacco gravissimo all’informazione e ancora più vile perché accade nel giorno dello sciopero nazionale dei giornalisti per il rinnovo del contratto di lavoro e a difesa della qualità dell’informazione democratica, libera e plurale”.

Nella ricostruzione offerta dal quotidiano emerge anche la critica implicita alla gestione dell’ordine pubblico: “senza che le forze dell’ordine lo impedissero, i manifestanti in parte a volto scoperto e in parte con passamontagna hanno forzato due porte della sede, e al grido di ‘giornalista terrorista, sei il primo della lista’ hanno invaso la redazione, imbrattato i muri con scritte e buttato all’aria libri e carte preziose che usiamo quotidianamente per il nostro lavoro”.

Gli organismi dei giornalisti: “Rischiamo di tornare indietro di 90 anni”

Se la reazione de La Stampa è stata dura, non meno forti sono state le parole delle organizzazioni giornalistiche.

L’Ordine nazionale dei Giornalisti, la Fnsi, l’Associazione Stampa Subalpina, l’Usigrai e l’Associazione Stampa Parlamentare hanno parlato di episodio “inaccettabile”.

Viene ricordato il tempo in cui, durante il fascismo, chi non si allineava al pensiero del regime veniva punito con “olio di ricino e bastonate”. Quelle furono definite, allora, “azioni fasciste”. Oggi, si sottolinea che, a quasi novant’anni di distanza, ci si trova di nuovo a fare i conti con “manifestazioni d’odio” e aggressioni alle redazioni. Da qui l’appello a rafforzare la vigilanza attorno alle sedi dei giornali, perché la libertà di stampa non venga erosa a colpi di minacce e irruzioni.

Mattarella, Meloni e le istituzioni: una condanna praticamente unanime

A dare la misura della gravità dell’episodio è anche la reazione delle più alte cariche dello Stato.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fatto arrivare al direttore Andrea Malaguti e alla redazione la sua solidarietà, unita alla “ferma condanna della violenta irruzione” nella sede del quotidiano. Quando il Quirinale interviene con una nota così chiara, è un segnale: la libertà di informazione è considerata un presidio istituzionale, non solo un tema “di categoria”.

La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha telefonato personalmente al direttore de La Stampa, definendo l’irruzione “un fatto gravissimo che merita la più assoluta condanna” e ribadendo che “la libertà di stampa e informazione è un bene prezioso da difendere e tutelare ogni giorno”. Ha anche auspicato una condanna unanime, al di là degli schieramenti.

Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, a sua volta, ha chiamato Malaguti per esprimere la propria solidarietà e ha parlato di azione “gravissima e del tutto inaccettabile”, annunciando una “verifica approfondita” su come si sono svolti i fatti.

Anche il Parlamento ha fatto sentire la propria voce attraverso il presidente del Senato, Ignazio La Russa, e il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, che hanno condannato l’intrusione e hanno espresso solidarietà.

Raramente, su un tema legato all’informazione, il mondo politico appare così compatto. In questo caso, invece, le dichiarazioni di solidarietà sono arrivate da tutto l’arco parlamentare.

Torino e il Piemonte in difesa della redazione

Sul piano territoriale, la Città e la Regione hanno reagito in modo compatto.

Il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, è andato personalmente in redazione e ha parlato di intrusione e danneggiamenti “inaccettabili”. Ha ricordato che un attacco a La Stampa è un attacco a “un simbolo del diritto alla libera informazione”, uno dei pilastri della democrazia, e ha sottolineato come quanto accaduto non abbia nulla a che vedere con il legittimo diritto di manifestare pacificamente.

Il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, ha insistito su un concetto simile: c’è chi “confonde il diritto al dissenso con la violenza e la devastazione”. E questi atti – tanto più se rivolti a una redazione – sono, nelle sue parole, “particolarmente odiosi”.

Le indagini: telecamere passate al setaccio e decine di denunciati

Intanto, la Digos di Torino non sta a guardare. Gli investigatori stanno analizzando le riprese delle telecamere interne ed esterne della sede di via Lugaro, ma anche i video del corteo, per identificare uno a uno i partecipanti al blitz.

Secondo le prime ricostruzioni, all’irruzione avrebbero preso parte più di quaranta persone tra studenti delle superiori, universitari e militanti dei centri sociali. Una parte del gruppo è stata già identificata: si parla di 30–34 persone denunciate per la partecipazione agli atti vandalici e all’intrusione.

Le ipotesi di reato vanno dal danneggiamento aggravato all’invasione di edifici, fino alle minacce. Le indagini dovranno stabilire, tra l’altro, chi ha materialmente forzato gli ingressi, chi ha imbrattato i muri, chi ha urlato le frasi intimidatorie più gravi e se ci siano stati eventuali promotori o organizzatori individuabili.

“Non è finita qua”? La risposta deve venire dallo Stato e dalla società

Alcuni manifestanti, durante il blitz, avrebbero scandito al megafono: “Non è finita qua, la Palestina la vogliamo libera come vogliamo libero il nostro compagno e fratello Mohamed Shahin”.

Il punto è proprio questo: se la protesta per cause che toccano la coscienza di molti si intreccia con atti di violenza, si rischia di trasformare una battaglia politica in una spirale di scontro che finisce per indebolire tutti.

Intanto, in via Lugaro, tra scaffali da rimettere in ordine, documenti da recuperare e pareti da ripulire, resta una frase, ripetuta dai giornalisti e rilanciata dal giornale: “non abbiamo paura. Siamo giornalisti. E continueremo a fare il nostro lavoro senza farci intimidire”.

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