INTER, FINISCE L’ERA SPALLETTI, COSA RESTERÀ?

La società nerazzurra ha comunicato ufficialmente l’esonero, in attesa di annunciare l’ingaggio di Antonio Conte

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«Se fosse per me resterei cento anni» ha detto al termine di una conferenza stampa post-partita. Ma rimarranno nella memoria di noi cronisti che lo abbiamo seguito nell’ultima stagione tante altre parole. Prima del derby di andata, per esempio: «Da quando sono qui ho imparato che gli interisti probabilmente dimenticano il compleanno della moglie, ma non dimenticano il risultato del derby. I contratti ti fanno essere dell’Inter per alcuni anni, le grandi partite ti fanno entrare dentro la storia dell’Inter». E poi tante dichiarazioni d’amore per i colori nerazzurri, parole non banali, che non tutti gli allenatori dicono.  Luciano Spalletti a Milano ci stava bene. Però non è mai entrato al cento per cento nel cuore del bauscia, o almeno di tutti i bauscia. Forse perché non è arrivato con l’etichetta del vincente e la piazza è sempre stata esigente, anche dopo i De Boer e i Mazzarri. L’interista doc probabilmente non vedeva in Luciano da Certaldo l’uomo che poteva riportare lo scudetto sulle maglie e per questo ha conservato qualche remora. Più a livello celebrale che emotivo, perché l’affetto non l’ha mai negato. E si è schierato apertamente dalla parte del mister anche nei momenti più bui, come quelli dell’affaire Icardi. La storia tra l’Inter e Spalletti finisce qui, in un momento triste per l’allenatore toscano, che ha perso il fratello proprio in questi giorni. Ma tifosi e società hanno riconosciuto i meriti all’uomo che ha comunque fatto fare un primo passo alla nuova Inter, riportandola per due anni consecutivi in Champions League. Indipendentemente dal come la Pazza Inter ci sia arrivata, conta il risultato. E non è poco dopo anni di lacrime e mediocrità. Dietro a quella dialettica a volte poco comprensibile e anche spigolosa, a volte sarcastica, come quando ha confessato che, se fosse rimasto ancora sulla panchina dell’Inter avrebbe pensato di essere a Scherzi a Parte, c’è un serio professionista, che le ha provate tutte per rilanciare i colori nerazzurri e non farsi bruciare dalla panchina più difficile d’Italia. E in fin dei conti dopo Mourinho è l’unico mister che, pur nel finale mesto, non è stato bruciato da quella panca. Le parole della Curva Nord certificano la stima bauscia: «La Curva Nord ringrazia mister Spalletti per il suo trascorso all’Inter. I risultati parlano per lui in termini di serietà e professionalità; con lui l’Inter è stata riportata nell’olimpo europeo ovvero nella dimensione dovuta per il blasone e le possibilità economiche di cui dispone la società. La Nord non è mai rimasta indifferente ai toni e alle dimostrazioni di affetto e rispetto manifestate nei confronti di Curva e tifosi. Riteniamo Spalletti esser stato onorevole interprete della signorilità e dei valori che vorremmo sempre venissero rispettati da chi prenderà il suo posto in futuro. In bocca al lupo Mister e grazie!». Non sono banali neppure le parole del presidente Zhang: «Un allenatore, un insegnante, un amico. Hai sempre fatto del tuo meglio, con la pioggia o col sereno. Questi due anni di avventura significano molto per l’Inter e per me personalmente. Non dimenticheremo la tua dedizione a questa squadra e ti ringraziamo tutti dal profondo del cuore. Una volta che sei stato allenatore dell’Inter sarai sempre il mio allenatore. Grazie mister Spalletti».

Passata l’ora dei saluti, cosa resterà dei due anni spallettiani a Milano?

Sicuramente una squadra più sicura dei propri mezzi, pur tra alti e bassi. Si è detto che all’Inter Spalletti, fautore del bel gioco, non ha ottenuto i risultati di Roma. Un’affermazione vera a metà. Soprattutto nella seconda stagione ci sono state alcune partite (Lazio – Inter, Inter – Genoa, Genoa – Inter, il primo tempo conto la Juventus) ben giocate e divertenti. L’Inter, che aveva nel DNA il contropiede, è diventata una squadra che gestisce la palla e tiene il filo del gioco. Al contrario più in difficoltà in velocità e a volte sterile. È passata l’idea che bisogna cercare di fare la partita, anche se non sempre è stata messa in pratica. Spalletti lascia in eredità una squadra con difesa ermetica (grazie anche a un portiere sempre più forte) e la geniale intuizione di arretrare Brozovic, diventato da problema a insostituibile geometra in mediana. Tra le scoperte sotto la sua gestione anche Politano, probabilmente migliore acquisto della scorsa stagione. Da dimenticare invece Dalbert (qualcuno ha rispolverato anche il ricordo di Gresko…), Karamoh e altre promesse non mantenute. In questo senso il connubio Spalletti-Sabatini non ha prodotto i risultati romani ed è tramontato presto. È mancato probabilmente un po’ di coraggio nel provare qualche giovane o nei cambi, spesso tardivi. Ma dietro alla tv è tutto facile e in panchina no. «Spalletti vattene, sei un perdente» si è sentito urlare in qualche momento buio dalle tribune, anche quelle meno popolari. No, Spalletti non è un perdente. La sua storia dimostra che è un ottimo allenatore. Semplicemente non è più l’uomo giusto per fare un ulteriore passo in alto. Ma è grazie a lui che l’Inter potrà provare a salire ancora. E lo dimostra il fatto che Conte, che non fa mistero di scegliere squadre con progetti vincenti, abbia rifiutato l’offerta interista due anni fa e la accetti oggi. In bocca al lupo mister. E grazie.


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