Strage di via d’Amelio, 30 anni di un depistaggio infinito

Ricorre oggi il 30esimo anniversario della strage in cui persero la vita Borsellino e 5 agenti della sua scorta

Strage di via d’Amelio, 30 anni di un depistaggio infinito.

È un 19 luglio dal clima pesante. Non si respira, letteralmente. La colonnina di mercurio è schizzata quasi fino ai 40 gradi un po’ ovunque. Rovente è pure l’aria tra i palazzi romani, quelli in cui si consuma la crisi di governo. Mentre Draghi e i partiti decidono del destino della legislatura, tira una pessima aria anche a Palermo, in via D’Amelio.

30 anni fa, al numero 21 di quella che poi sarebbe diventata una delle strade storiche della città, esplose l’autobomba che uccise il magistrato Paolo Borsellino e 5 agenti della sua scorta.

 

I 57 giorni di Borsellino dopo Capaci

Nei 57 giorni dopo la strage di Capaci, Borsellino è molto cambiato: la morte del collega Giovanni Falcone non gli dà pace. Nei chili di tritolo scoppiati sull’autostrada tra Punta Raisi e Palermo, il giudice non ha perso solo un amico. I due sono diventati combattenti di una battaglia campale contro Cosa nostra. Ed è per questo che prova a raccontare quello che sa. 

Insiste perché lo sentano come testimone: è a conoscenza di dettagli sconvolgenti, ma sa di aver poco tempo per rivelarli. Roba da far tremare i polsi alla politica e ai colletti bianchi, oltre che ai picciotti della mafia. Non può tacere. E lavora più di prima. Scava, indaga, cerca. Non si ferma un attimo. 

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La strage

Quella domenica Borsellino si è alzato prestissimo, verso le 5.00. Dopo una telefonata alla figlia in viaggio in Thailandia, si chiude a lavorare per qualche ora. Poi propone alla famiglia di andare nella casa al mare di Villa Grazia di Carini, al riparo da sguardi indiscreti.

Fa un giro in barca con gli amici e dopo pranzo si concede pure la tappa del Tour de France. Riposa un’oretta. Alle 16.30 esce dalla villa e si dirige con la scorta a casa della madre. Indossa un’inconfondibile Lacoste azzurra, jeans e mocassini leggeri. Porta con sé l’inseparabile valigetta: dentro, oltre le carte, le sigarette e il costume, anche l’agenda rossa su cui da tempo annota tutto ciò che può con la solita dovizia di particolari. 

20 minuti dopo, il convoglio di auto che lo protegge è in via D’Amelio, al numero 21. Borsellino scende, si accende una sigaretta e suona il citofono per chiamare la madre. Supera il primo cancelletto e aspetta. È a questo punto, però, che l’attentatore, appostato pochi metri lontano, schiaccia il pulsante: l’asfalto viene sventrato, gli agenti sballottolati nelle auto, gli allarmi delle auto suonano all’impazzata. 

Il solo superstite, l’agente Antonino Vullo, e i primi soccorritori giunti sul posto ricordano un dettaglio non banale: l’odore acre della devastazione di via D’Amelio. L’odore di morte, della carne in frantumi di Borsellino e dei poliziotti. L’aria pesante, irrespirabile. 

Oltre al giudice, che all’epoca aveva 52 anni ed era Procuratore aggiunto a Palermo, in quel caldissimo 19 luglio persero la vita gli agenti di scorta Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, ed Emanuela Loi, prima donna della Polizia di Stato ad essere uccisa in servizio.

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Le prime indagini

Alla strage di via D’Amelio seguirono scelte investigative inadeguate. Ancora oggi si oscilla tra l’ipotesi del depistaggio – come molti sostengono – l’imperizia, e l’imperdonabile superficialità di chi svolse le indagini. 

Non è mai stato realmente chiarito perché Riina e i corleonesi decisero di replicare in via D’Amelio la barbarie di Capaci. E non è chiaro nemmeno molto di ciò che accadde nelle ore immediatamente successive all’esplosione dell’autobomba, né di ciò che si verificò nei mesi e negli anni a venire.

Pochi minuti dopo l’attentato, il sovrintende di Polizia Francesco Paolo Maggi, arrivato sul posto insieme a decine di colleghi e personale di soccorso, si fece consegnare da un vigile del fuoco una borsa di pelle che era sul sedile posteriore dell’auto su cui viaggiava Borsellino. Un funzionario gli disse di portare la borsa in Questura. 

Lì Maggi la consegnò all’autista di Arnaldo La Barbera, dirigente della Squadra Mobile. Quella borsa venne data ai magistrati di Caltanissetta solo cinque mesi dopo. L’inchiesta fu affidata alla Procura di Caltanissetta perché Borsellino lavorava a Palermo e le indagini che riguardano un magistrato devono essere condotte da un ufficio diverso da quello di appartenenza. A coordinarle il Procuratore capo Giovanni Tinebra e i sostituti procuratori Ilda Boccassini e Fausto Cardella.

 

Il finto pentito

Il 27 settembre 1992, dopo appena tre mesi dalla strage, fu arrestato Vincenzo Scarantino, un balordo della Guadagna con precedenti penali per rapina, spaccio di droga e violenza sessuale. Per gli investigatori era il piccolo criminale a cui Cosa nostra si era rivolta per mettere in atto il piano di attentato a Borsellino.

All’inizio Scarantino si dichiarò innocente. Poi, dopo ripetute pressioni, una condanna a 9 anni di carcere per detenzione di stupefacenti, l’arresto di alcuni parenti e le rivelazioni di un suo compagno di cella sulle confidenze in merito alla strage, nel giugno del 1994 confessò il furto della Fiat 126 utilizzata nell’attentato. 

Per far valere la sua tesi, Scarantino tentò in ogni modo di accreditarsi con gli inquirenti come mafioso di alto rango, autore di innumerevoli e violenti omicidi. In realtà, storpiature sui nomi di alcuni boss e gaffes paradossali si susseguivano a racconti poco credibili. 

Altri pentiti di Cosa nostra lo smentirono clamorosamente, fino a quando, tre anni dopo, lo stesso Scarantino non finì per ritrattare tutto. Sostenne di aver confessato perché non ne poteva più del carcere, dei pestaggi e delle torture della Polizia. Ma i magistrati non cambiarono idea sulla sua colpevolezza.

Il finto pentito

 

La confessione di Spatuzza

Nel 2009 altro clamoroso colpo di scena: Gaspare Spatuzza, colpito da improvvisa conversione religiosa, rivelò di essere il vero autore del furto della Fiat 126. L’uomo, un fedelissimo dei Graviano, era in grado di offrire riscontri. Tutta Italia scoprì che per più di 15 anni le indagini su via D’Amelio si erano fondate su un falso pentito. 

Forse la fretta o forse l’ambizione di qualche investigatore troppo ansioso di trovare un colpevole portarono al fallimento dei primi interminabili processi sulla strage. 

Spatuzza era in carcere da undici anni. Prima dell’arresto, era ricercato come uno degli esponenti più sanguinari di Cosa nostra. Era stato condannato per l’omicidio di don Pino Puglisi, assassinato il 15 settembre 1993.

Il killer raccontò con precisione la preparazione dell’attentato di via D’Amelio. Disse che, oltre all’auto, aveva rubato anche le targhe da montare sulla 126. Le aveva consegnate a Giuseppe Graviano, boss della famiglia di Brancaccio e incaricato dalla commissione provinciale di Cosa nostra di organizzare l’attentato, incontrandolo nel maneggio di Salvatore Vitale, affiliato della mafia, che viveva allora al piano terra di via D’Amelio 21.

Altri collaboratori di giustizia, in seguito, hanno confermato le dichiarazioni di Spatuzza. Inoltre, stando alla sentenza, fu proprio Giusepe Graviano a pigiare il telecomando che fece esplodere la 126 sotto casa della madre di Borsellino. Il potentissimo boss di Brancaccio fu arrestato a Milano insieme al fratello il 27 gennaio 1994.

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Il processo sul depistaggio

Nel luglio del 2018 la Procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per il funzionario di polizia Mario Bo e per gli ispettori Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, con l’accusa di calunnia in concorso. 

I tre infatti avevano fatto parte del gruppo investigativo “Falcone-Borsellino” guidato dal dirigente della Squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera (deceduto nel 2002) che si occupò delle prime indagini sulla strage di via d’Amelio e avevano gestito la controversa collaborazione con la giustizia di Vincenzo Scarantino.

Secondo le indagini della Procura di Caltanissetta e le prove emerse durante il processo di primo grado denominato “Borsellino quater”, i tre poliziotti avrebbero indotto Scarantino a rendere false dichiarazioni sottoponendolo a minacce, maltrattamenti e pressioni psicologiche. 

Il processo è iniziato il 5 novembre di tre anni fa dinanzi al Tribunale di Caltanissetta. Lo scorso 12 luglio la Corte d’assise di Caltanisetta ha dichiarato prescritto il reato per Mario Bo e Fabrizio Mattei mentre Ribaudo è stato assolto “perché il fatto non costituisce reato”.

 

L’agenda rossa

L’altro mistero ancora irrisolto di via D’Amelio è legato alla celebre agenda rossa di Borsellino. Il giudice l’aveva ricevuta in regalo dall’Arma dei Carabinieri. Era lì che, come anticipato, segnava tutto quello che reputava utile rispetto alle indagini su cui lavorava. I familiari sostengono che tra le pagine di quell’agenda Borsellino avesse scritto qualcosa di clamoroso anche in merito alla morte di Falcone. 

Negli attimi concitati dell’esplosione, l’agenda fu l’unico oggetto non ritrovato. C’è chi ipotizza sia stata trafugata e persino fotocopiata dai mandanti della strage e altri complici (dentro e fuori Cosa nostra), avvallando l’ipotesi che l’attentato non sia stata opera solo della mafia. Altri, invece, sostengono sia andata perduta nel caos o distrutta, frantumata in mille pezzi e per questo mai ritrovata. 

 

30 anni di silenzi e depistaggi

Di certo in tutta questa storia c’è molto poco. 30 anni di silenzi e depistaggi. I troppi errori, le ripetute ingerenze e il non detto rendono l’aria ancora più irrespirabile. L’afa del 19 luglio è insostenibile. Fin quando la verità per cui si batte la famiglia di Borsellino non verrà finalmente a galla, il clima sarà sempre più torrido.

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