PREVENIRE VIOLENZA SESSUALE IN CARCERE: BOLLATE A MILANO È D’ESEMPIO

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A Palazzo Pirelli, il palazzo della Regione Lombardia, c’è stato un convegno sulla situazione di violenza sessuale nelle carceri lombarde e in senso più ampio nelle carceri italiane. L’obiettivo era, non solo quello di analizzare e quantificare il fenomeno, ma anche discutere di quali fossero le cause e le possibili soluzioni per arginare il problema.

Hanno preso parte illustri esperti del settore psicoanalitico, criminologo e penitenziario discutendo delle violenze sessuali in carcere e a danni di minori. Si è posto l’accento su come per violenze di matrice sessuale a danni di minore non si intenda esclusivamente la costrizione all’atto sessuale ma molti altri tipi di forzatura ivi compresa la partecipazione a materiale pornografico.

Si è sottolineato come una delle difficoltà maggiori per individuare i casi specifici sia la spirale di silenzio che si crea facilmente all’interno delle carceri sia da parte delle vittime che spesso provano vergogna per quanto subito sia da parte di altri detenuti e perfino dalle guardie carcerarie.

Un inizio di soluzione, è stato suggerito dal Difensore regionale Carlo Lio, potrebbe essere quello di facilitare ai carcerati i rapporti sessuali con il proprio partner e la distribuzione di profilattici per gli incontri. Carlo Lio fa notare come in altri paesi del mondo per i carcerati sia molto più semplice intrattenere rapporti con il proprio partner riducendo così il desiderio fisico di cercare rimedio attraverso la violenza e facilitando il mantenimento del nucleo familiare. Questo tipo di incontri, fatti in modo igienico e sicuro, avrebbero anche l’effetto di prevenire le malattie veneree, prima fra tutte il virus dell’HIV.

È stato, fra le altre cose, lodato il carcere di Bollate a Milano per il trattamento riservato ai sex offenders (i carcerati colpevoli di reati sessuali) che nella cultura carceraria vengono considerati anche dagli altri detenuti come degli “infami”. A Bollate infatti vengono offerte loro buone opportunità lavorative, formative e socio riabilitative oltre ad un percorso terapeutico annuale in unità specializzata in modo che possano vivere assieme agli altri detenuti.

Articolo di Daniel Bidussa


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