Sassari, il 22 agosto ritorna “Uno Nessuno Centomila”, lo spettacolo con Enrico Lo Verso

L''attore palermitano e la regista salentina, Alessandra Pizzi, rendono omaggio ad uno dei più grandi drammaturghi di tutti i tempi

Sassari, a cinque anni dal debutto, dopo oltre 300 repliche nei più importanti festival e teatri nazionali ed internazionali e oltre 300.000 spettatori, continua con successo la tournée dello spettacolo “Uno Nessuno Centomila” con Enrico Lo Verso per l’adattamento e regia di Alessandra Pizzi.

Enrico Lo Verso, dopo dieci anni di assenza dalle scene, cinque anni fa scelse di tornare a teatro per dar corpo e voce ai personaggi di uno dei più celebri romanzi del suo conterraneo Luigi Pirandello, UNO NESSUNO CENTOMILA, nell’adattamento proposto e diretto da Alessandra Pizzi (che ne è anche la produttrice, con la sua Ergo Sum). A cinque anni dal debutto (il 29 luglio 2016 a Lecce), dopo 300 repliche nei più importanti festival e teatri nazionali ed internazionali e oltre 300.000 spettatori, continua la tournée dello spettacolo con cui l’attore palermitano e la regista salentina rendono omaggio ad uno dei più grandi drammaturghi di tutti i tempi, portando in scena la sua opera chiave.

UNO NESSUNO CENTOMILA sarà in scena domenica 22 agosto sul palco del Cortile dell’Istituto Comprensivo “Farina San Giuseppe” di Sassari, con inizio alle ore 21. L’evento si realizza, con il patrocinio del Comune di Sassari, nell’ambito della rassegna Sassari Estate 2021.

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Acclamato dalla critica e dal pubblico soprattutto dei più giovani, lo spettacolo nel 2018 ha ricevuto a Busto Arsizio il “Premio Delia Cajelli per il Teatro”, nell’ambito della Seconda Edizione delle Giornate Pirandelliane promosse dall’associazione Educarte in collaborazione con il Centro Nazionale Studi Pirandelliani di Agrigento. Nella 2017, invece, ha vinto il Premio Franco Enriquez per la migliore interpretazione e la migliore regia.

UNO NESSUNO CENTOMILA, realizzato in occasione dell’ottantesimo anniversario della morte di Pirandello, è l’adattamento teatrale della storia di un uomo che sceglie di mettere in discussione la propria vita a partire da un dettaglio minimo, insignificante. Il pretesto è un appunto, un’osservazione banale che viene dall’esterno. I dubbi di un’esistenza si dipanano attorno ad un particolare fisico. Le cento maschere della quotidianità lasciano il posto alla ricerca del Sé autentico, vero, profondo. L’ironia della scrittura rende la situazione paradossale, grottesca, accentua gli equivoci. La vita si apre come in un gioco di scatole cinesi e nel fondo è l’essenza: abbandonare i centomila per cercare l’uno, a volte può significare fare i conti con il nessuno. Ma forse è un prezzo che conviene pagare, pur di assaporarla, la vita.
“Avrei voluto che Pirandello fosse vivo – spiega Alessandra Pizzi, per mostrargli la grandezza della sua parola e l’attualità del suo pensiero che immobilizzano il pubblico ad ogni spettacolo e chiedergli se fosse mai stato consapevole delle conseguenze che avrebbe potuto produrre la tumultuosa portata di quel suo messaggio.
Di qui l’idea di una nuova ed originale messa in scena volta a rendere la perennità del pensiero pirandelliano, l’atemporalità del protagonista uomo di ieri, di oggi, di domani”.
In forma di monologo, il testo è affidato al racconto e alla bravura interpretativa di Enrico Lo Verso che, dopo anni di assenza dal teatro, è tornato sul palcoscenico per dar vita ad un contemporaneo Vitangelo Moscarda, l’uomo “senza tempo” e ai personaggi del romanzo pirandelliano, in un allestimento minimale ma mutevole in ogni contesto. Una sorta di seduta psicoterapeutica da cui si viene irrimediabilmente attratti, per affondare le mani nella propria mente, inconsapevoli degli scenari che potrebbero aprirsi.

“Obiettivo è raccontare al pubblico il valore di un testo classico e la sua funzione di insegnamento perenne. In questi anni di tournèe abbiamo raccolto testimonianze di giovani spettatori che dopo aver visto lo spettacolo, hanno scelto di laurearsi con una tesi su Pirandello,o di librerie cittadine che giorni prima della messa in scena hanno venduto tutte le scorte (e i riassortimenti) del romanzo. Perché se il teatro non ha la presunzione di insegnare nulla a nessuno, deve almeno tendere a creare occasioni di riflessione” dice Alessandra Pizzi.

Il Progetto

Avrei voluto che Pirandello fosse vivo per mostrargli la grandezza della sua parola, la contemporaneità del suo messaggio più attuale che mai oggi, a 100 anni dalla sua formulazione; per fargli vedere il bisogno impellente del pubblico, necessario, autentico, di approvvigionarsi della conoscenza di sé, di leggere per provare a decodificare quei segni della quotidianità come codici di accesso ai meandri delle proprie emozioni. Mi chiedo ogni sera, osservando il pubblico che, immobile, assiste allo spettacolo, se Pirandello fosse veramente consapevole delle conseguenze che la portata della forza tumultuosa di quella giustapposizione di pensieri, di quella serie interminabile di quesiti, della ricerca smaniosa di risposte, avrebbero potuto produrre sul pubblico. O se, come spesso accade, il risultato abbia per davvero superato le intenzioni. Di certo nel suo pensiero -e nella sua opera- c’è la consegna al mondo del fardello della conoscenza che è puro peso per la presa in carica di sé stessi, ma anche leggerezza per la scoperta meravigliosa di quella bellezza che ad ognuno la vita riserva.
Uno, nessuno e centomila è il romanzo chiave: non in quanto apoteosi o summa del pensiero, ma in quanto incipit per un’analisi introspettiva e macroscopica sulle dinamiche esistenziali e socio-culturali della società. Uno, nessuno e centomila “apre” la mente a riflessioni e a dubbi, il cuore alla ricerca della propria essenza, ma soprattutto apre alla vita, affinché scelga la forma migliore con cui rappresentare l’individuo.
Ho raccolto l’eredità di questo pensiero più per dovere che per amore per l’arte. Il dovere di chi fa questo lavoro che è chiamato ad interpretare strumenti di conoscenza inventando specifici linguaggi in modo da renderli accessibili a tutti.

Ecco che UNO NESSUNO CENTOMILA, nel riadattamento del testo reso in forma di monologo che ho voluto dargli, diventa il presupposto per un teatro che “informa”, che supera la funzione dell’intrattenimento e diventa pretesto, occasione, spunto, per la conoscenza. E in questo sta il dovere di un drammaturgo, nel trovare un codice per offrire al pubblico l’occasione per superare sé stesso. Poco importa se il pretesto sia una sera a teatro; del resto, Pirandello stesso ci insegna che il pretesto è pur sempre una banalità.
Ecco che la messa in scena di UNO NESSUNO CENTOMILA segna, dopo 10 anni, il ritorno in teatro di Enrico Lo Verso. Una seduta psicoterapeutica affidata alla sua magistrale bravura; tutti ne sono attratti ma in pochi sono consapevoli degli scenari che potranno profilarsi.
Ecco che 70’ minuti sono il tempo necessario ad affondare le mani nella propria mente per ricercare, come in un déjà vu, gli elementi già noti, per riconoscerli e per iniziare a guardarli con una luce nuova.
Ecco che lo spettacolo rompe gli schemi toccando uno dopo l’altro i conflitti dell’esistenza: il rapporto con i genitori, i dubbi sulla provenienza, il rapporto dei generi, la ricerca dell’identità e, infine, l’affermazione di sé.
Ecco che il pubblico si nutre di testo, in silenzio elabora, applaude e, ogni sera, ci chiede di farlo ancora…

Lo spettacolo

Voluto in occasione del 150esimo anniversario della nascita di Luigi Pirandello, uno spettacolo sull’ultimo suo romanzo, quello che riesce a sintetizzare il pensiero dell’autore nel modo più completo. Pirandello stesso, in una lettera autobiografica, lo definisce come il romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita. Uno, nessuno centomila è un’opera di lunga elaborazione, di assidua stesura, che accompagna o, per meglio dire, informa di sé, il resto della produzione pirandelliana. Da qui l’idea di una nuova e originale messa in scena, che possa ricercare nuovi specifici per lo spettacolo ma, soprattutto, che sappia ridisegnare il rapporto all’interno dello spazio scenico tra parola e gesto. Un unico testo narrativo per interpretazioni sempre diverse, affidate al racconto di Enrico Lo Verso che mette in scena un contemporaneo Vitangelo Moscarda, l’uomo “senza tempo”. Un’interpretazione naturalistica, immediata, “schietta”, volta a sottolineare la contemporaneità di un messaggio universale, univoco, perenne: la ricerca della propria essenza dentro la giungla quotidiana di omologazioni. La voglia di arrivare in fondo e di assaporare la vita, quella autentica, oltre le imposizioni sociali dei ruoli. La paura di essere soli, fuori dal grido sociale della massa. Ed infine, il piacere unico, impagabile, della scoperta del proprio “uno”: autentico, vero, necessario. Il Vitangelo Moscarda interpretato da Lo Verso diventa uomo di oggi, di ieri, di domani. Il testo diventa critica di una società che oggi, come cento anni fa (quando il testo fu concepito), tende alla partecipazione di massa a svantaggio della specificità dell’individuo. Ma la sua è una critica volta ad un finale positivo, la scoperta per ognuno di essere se stessi, dentro la propria bellezza. L’interpretazione non manca di ironia e sagacia, ricca com’è di inflessioni e note di colore tipiche siciliane, tanto care all’autore del testo, al personaggio Vitangelo Moscarda e all’attore che lo interpreta. Una messa in scena mutevole in ogni contesto, nel rapporto empatico con il luogo e con chi ascolta che dà forma ad un personaggio che è uno, centomila o nessuno, tutti per la prima volta affidati al racconto di una voce.


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