La guerra in Ucraina torna a misurarsi anche sul terreno più sensibile e simbolico: il destino dei prigionieri. Il presidente Volodymyr Zelensky, parlando con i giornalisti, ha accusato la Russia di aver interrotto il meccanismo di scambio perché non ritiene di ricavarne benefici politici o militari. Secondo il leader ucraino, il Cremlino non sarebbe “molto interessato” a far rientrare i propri uomini, nella convinzione che le liberazioni finiscano per rafforzare Kiev sul piano del consenso e del morale. Una lettura che, se confermata, segnala un irrigidimento non solo negoziale, ma anche psicologico: l’idea che ogni gesto umanitario possa essere interpretato come una concessione.
Zelensky ha insistito su un punto: Mosca, nel calcolo costi-benefici, dovrebbe considerare “la propria gente” e i propri militari. Il messaggio è doppio. Da un lato, l’Ucraina prova a riportare il dossier prigionieri su un piano etico e sociale; dall’altro, mira a incrinare il racconto interno russo, insinuando che i vertici siano disposti a sacrificare i soldati pur di non riconoscere a Kiev un vantaggio politico.
“Non a Mosca”: l’invito a Putin e la sfida pubblica su Kiev
Sul piano politico, Zelensky ha chiuso la porta a un faccia a faccia a Mosca con Vladimir Putin, definendolo “impossibile”, e ha rilanciato con un invito pubblico a Kiev: se il leader del Cremlino “ha coraggio”, può venire nella capitale ucraina. La mossa, al di là della provocazione, punta a ribaltare la cornice simbolica dei negoziati: non è Kiev che deve “presentarsi” in Russia, ma è Putin che dovrebbe assumersi il rischio politico e di sicurezza di un viaggio in territorio ucraino.
L’invito si inserisce in una fase in cui si discute della necessità di un vertice di alto livello per sbloccare i nodi veri della guerra, ma senza un lavoro preparatorio concreto, un incontro tra leader rischia di trasformarsi in un evento propagandistico o in un nulla di fatto, soprattutto se le posizioni su territori e garanzie di sicurezza restano distanti.
La “tregua del gelo” annunciata da Trump e le accuse di Kiev: attacchi non fermati
In parallelo, la scena diplomatica è stata scossa dall’annuncio del presidente statunitense Donald Trump: avrebbe chiesto a Putin di sospendere per una settimana i bombardamenti su Kiev e su altre città a causa dell’ondata di freddo, e il presidente russo avrebbe accettato. Un messaggio presentato come gesto “umanitario” legato alle condizioni estreme dell’inverno.
Tuttavia, Kiev ha denunciato una nuova ondata di attacchi: secondo fonti ucraine, la Russia avrebbe lanciato un missile balistico Iskander-M e decine di droni contro varie località, alimentando lo scetticismo sulla tenuta reale di una pausa e, soprattutto, sulla sua natura: intesa verificabile o dichiarazione politica senza meccanismi di controllo.
Abu Dhabi in bilico: slitta il prossimo round e pesa il fattore Iran
Il prossimo ciclo di colloqui tra russi, ucraini e americani, previsto ad Abu Dhabi, è finito nell’incertezza. Zelensky ha ammesso di non sapere quando si terrà il nuovo incontro e ha indicato un elemento esterno come possibile causa di slittamento: gli sviluppi nella crisi tra Stati Uniti e Iran potrebbero influenzare tempistica e priorità di Washington.
A complicare ulteriormente la partita, il segretario di Stato Marco Rubio ha fatto sapere che due figure chiave del precedente ciclo, Steve Witkoff e Jared Kushner, non dovrebbero partecipare al round nel Golfo. Un’assenza che, in diplomazia, pesa quanto una presenza: segnala ridisegni interni, spostamenti di attenzione o la scelta di abbassare il profilo del tavolo, proprio mentre i nodi più duri richiederebbero invece un mandato politico forte.
Missili, droni e contro-droni: la guerra continua mentre si parla di pace
Sul terreno, la guerra non concede tregue narrative. Da un lato Kiev denuncia nuovi attacchi su più regioni; dall’altro Mosca sostiene di aver abbattuto droni ucraini sopra territori russi e aree annesse. Il quadro, nella sostanza, è quello di un conflitto che procede a ondate: pressioni militari per guadagnare posizioni, colpi a distanza per logorare infrastrutture e morale, e simultaneamente tentativi diplomatici che faticano a imporre una disciplina alle operazioni.
In Ucraina, nelle stesse ore, si registrano vittime anche in aree lontane dai riflettori dei vertici: nella regione di Kharkiv, secondo le autorità locali, raid con missili e droni hanno provocato un morto e feriti in più insediamenti. È il promemoria più crudo di quanto ogni “finestra negoziale” resti fragile finché non esiste un cessate il fuoco verificabile.
Freddo estremo e crisi energetica: Kiev sotto stress mentre l’inverno diventa arma
Il gelo diventa fattore strategico. L’emergenza energetica, aggravata dai raid sulle infrastrutture, si traduce in palazzi senza riscaldamento e pressione sociale crescente. Negli ultimi giorni, dopo attacchi su nodi chiave, migliaia di edifici a Kiev hanno affrontato interruzioni del calore, con ripristini parziali e aggiornamenti continui delle autorità cittadine. In un contesto di temperature sottozero, ogni blackout non è solo un danno materiale: è un moltiplicatore di vulnerabilità e un acceleratore di ansia collettiva.
Qui si innesta la dimensione politica dell’annuncio di Trump: la “pausa per il freddo” è presentata come misura per ridurre sofferenze immediate, ma la sua credibilità dipende dalla realtà sul campo. Se i lanci continuano, l’effetto è inverso: rafforza la percezione ucraina che Mosca usi l’inverno e l’energia come leva di pressione, e che gli impegni restino difficili da trasformare in fatti.
Il nodo Donetsk e le garanzie: perché i dossier “tecnici” decidono la pace
Dietro le dichiarazioni, la trattativa si scontra con due blocchi strutturali: territorio e sicurezza. Le cronache internazionali indicano che la questione del Donetsk resta uno degli ostacoli principali, insieme alle richieste su garanzie post-belliche e alla definizione di una cornice che Kiev ritenga credibile. Da parte russa, le riserve sulle garanzie di sicurezza promosse dagli Stati Uniti e discusse con l’Ucraina segnalano che, anche se il tavolo riparte, la sostanza è ancora lontana da un compromesso stabile.
In questo scenario, la denuncia sullo stop agli scambi di prigionieri assume un significato ulteriore: se vengono congelati persino i canali umanitari, è un indicatore di quanto il confronto resti “totale”, e di quanto ogni concessione venga letta come perdita. E quando la logica è questa, i negoziati diventano meno un percorso lineare e più una sequenza di test, pressioni, sondaggi reciproci.
Prossime mosse: tra vertice impossibile e diplomazia intermittente
Zelensky afferma di volere un incontro “produttivo” e una fine reale della guerra, ma i segnali raccontano una diplomazia intermittente: date che slittano, delegazioni che cambiano, assenze pesanti e un contesto regionale (Iran) che può risucchiare attenzione americana. Nel frattempo, droni e missili continuano a scandire le ore, e la pressione dell’inverno rende ogni giorno senza accordo più costoso per la popolazione civile.
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