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Venezuela, Trump rivendica il controllo: Maduro a processo a New York, pressioni su Colombia, Messico e Cuba e l’Ue invoca una transizione democratica.

Washington rivendica la guida della fase post-Maduro mentre il leader chavista affronta il processo negli Stati Uniti: Delcy Rodríguez tenta l’apertura, l’Europa chiede elezioni inclusive e crescono le tensioni geopolitiche in America Latina e oltre.

Venezuela, Trump rivendica il controllo: Maduro a processo a New York, pressioni su Colombia, Messico e Cuba e l’Ue invoca una transizione democratica.

«Siamo noi ad avere il controllo del Venezuela». Con questa dichiarazione, pronunciata nelle ore successive al blitz che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, Donald Trump ha abbandonato ogni cautela diplomatica e ha scelto un linguaggio da gestione diretta della transizione venezuelana. Una postura che, oltre a irrigidire il fronte latinoamericano, apre un contenzioso internazionale sul metodo dell’intervento e sulla legittimità di un’azione militare che Washington descrive come operazione di law enforcement, ma che molti governi leggono come violazione della sovranità nazionale.

Delcy Rodríguez presidente ad interim, appello a Trump e sorpresa sul fronte militare

Nel vuoto di potere seguito alla “esfiltrazione” di Maduro, Delcy Rodríguez ha assunto l’incarico di presidente ad interim, rivendicando l’esigenza di un rapporto «rispettoso» con gli Stati Uniti e invocando «pace e dialogo» come cornice per una nuova fase. Il passaggio più inatteso, sul piano interno, è stato il sostegno delle forze armate e delle istituzioni venezuelane alla sua investitura, elemento che rende la transizione formalmente più stabile, ma politicamente più opaca: la stessa continuità dell’apparato chavista può diventare, per Washington e per l’opposizione, un fattore di diffidenza invece che di rassicurazione.

Maduro e Cilia Flores a New York, la prima udienza e il peso simbolico del processo

Maduro, trasferito dal carcere di Brooklyn, è atteso davanti a un giudice federale a Manhattan nella giornata di oggi, 5 gennaio 2026. Le accuse statunitensi – legate a narcotraffico, narcoterrorismo e capi d’imputazione connessi – trasformano l’aula di tribunale in un palcoscenico geopolitico: il processo diventa lo strumento con cui gli Stati Uniti cercano di “giustificare” l’operazione, mentre gli avversari la leggono come copertura legale di un cambio di regime.

Dal negoziato all’opzione militare: il dietro le quinte della Casa Bianca

Secondo la ricostruzione del Wall Street Journal, solo sei mesi fa Trump avrebbe esplorato una via di compromesso con Maduro, puntando a un’intesa utile all’agenda “America First”: petrolio venezuelano, cooperazione sui rimpatri e un percorso che evitasse l’escalation. In quella dinamica interna sarebbero emerse due linee: da un lato il canale negoziale attribuito a Richard Grenell, dall’altro la posizione più dura sostenuta dall’ala “falco” dell’amministrazione, con Marco Rubio tra i più contrari a fidarsi dell’ex leader chavista. La scelta finale – l’azione militare culminata nella cattura – segna il trionfo della linea interventista e lascia intravedere una dottrina più aggressiva anche verso altri dossier regionali.

Il nodo petrolio e la corsa al “dopo Maduro”

Il petrolio è la chiave esplicita e implicita della narrazione trumpiana. Il presidente ha parlato di “accesso totale” alle risorse del Paese come condizione per la ricostruzione, mentre investitori e settore energetico valutano rischi e opportunità. Sullo sfondo c’è un paradosso: il ritorno delle compagnie e dei capitali richiede stabilità istituzionale e garanzie giuridiche, ma l’instabilità generata dall’intervento – e l’incertezza su tempi e modalità delle elezioni – rende la scommessa politicamente esplosiva.

Le minacce a catena: Colombia, Messico, Cuba e l’avvertimento all’Iran

Mentre Caracas tenta di riorganizzarsi, Trump ha già allargato il perimetro dello scontro. La Colombia è finita nel mirino con toni durissimi contro il presidente Gustavo Petro, che ha respinto le accuse e ha denunciato l’aggressione alla sovranità venezuelana, invitando alla mobilitazione popolare latinoamericana. Sul Messico, il presidente americano è tornato a premere sul dossier narcotraffico, evocando – secondo vari resoconti – la disponibilità a inviare truppe, proposta respinta da Città del Messico in nome della sovranità. Su Cuba, Trump ha descritto un regime “pronto a cadere” senza il sostegno energetico venezuelano; e infine sull’Iran ha minacciato una risposta “molto dura” se la repressione delle proteste dovesse intensificarsi.

La reazione europea: opposizione da includere e chiarimento sull’operazione

Da Bruxelles arriva un messaggio politico preciso: qualsiasi transizione deve includere i leader dell’opposizione Edmundo González Urrutia e María Corina Machado, indicati come riferimenti per il percorso democratico. È un segnale che mira a evitare che il passaggio di consegne si riduca a una semplice sostituzione interna al chavismo, oppure a una gestione eterodiretta dagli Stati Uniti.

Parigi ha, infatti, preso le distanze dal “metodo” usato dagli Stati Uniti per catturare Maduro, chiarendo che non è stato né sostenuto né approvato, pur definendo l’uscita di scena del leader venezuelano una “buona notizia” per i venezuelani. Berlino, dal canto suo, chiede che Washington spieghi alla comunità internazionale le basi e le ragioni dell’operazione: un passaggio che evidenzia come il punto non sia solo il destino del chavismo, ma cosa crea questo intervento nel diritto internazionale e nelle relazioni interamericane.

L’Italia nel dibattito: telefonata Meloni–Machado e tensione politica interna

In Italia, la premier Giorgia Meloni ha avuto una conversazione telefonica con María Corina Machado sulle prospettive di una transizione pacifica e democratica, sottolineando – nella lettura di Palazzo Chigi – che l’uscita di scena di Maduro può aprire una fase di speranza per la popolazione venezuelana. Sul piano interno, però, la vicenda è diventata immediatamente terreno di scontro: dalle perplessità espresse da Matteo Salvini alla richiesta delle opposizioni di un’informativa urgente alla Camera e al Senato, con l’obiettivo di chiarire posizione italiana, margini diplomatici e conseguenze sull’equilibrio mediterraneo e transatlantico.

Il passaggio all’Onu: una riunione che vale più di una nota diplomatica

La riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, convocata oggi 5 gennaio 2026, è il primo banco di prova multilaterale dopo il blitz. In gioco non c’è soltanto la condanna o meno dell’azione americana, ma la possibilità che si apra un canale internazionale per “incanalare” la transizione, ridurre il rischio di guerra civile e definire un percorso elettorale credibile. Resta, però, l’incognita decisiva: senza un consenso minimo tra Washington, i Paesi latinoamericani e una parte significativa della comunità internazionale, il Venezuela rischia di diventare il laboratorio di una nuova stagione di interventismo e contro-interventismo, con effetti a catena su migrazioni, energia e sicurezza regionale.

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