Usa-Venezuela, svolta dopo Maduro: Trump riapre il dialogo con Caracas e il petrolio diventa la leva del disgelo
Dopo la cattura di Maduro, Washington e Caracas avviano contatti diretti: energia, sicurezza e prigionieri politici al centro del nuovo equilibrio geopolitico
Usa-Venezuela, svolta dopo Maduro: Trump riapre il dialogo con Caracas e il petrolio diventa la leva del disgelo
A meno di una settimana dalla cattura dell’ex presidente Nicolás Maduro, Washington e Caracas tornano a parlarsi. Una delegazione del Dipartimento di Stato statunitense è arrivata nella capitale venezuelana per verificare la possibilità di una riapertura dell’ambasciata Usa, mentre il governo di transizione ha annunciato l’invio di una propria rappresentanza negli Stati Uniti. Un doppio movimento che segna un possibile cambio di fase nei rapporti bilaterali, dopo anni di rottura diplomatica e sanzioni.
Il segnale politico arriva in un contesto ancora estremamente fragile, segnato dall’intervento militare americano che ha portato alla fine del regime di Maduro e dall’insediamento di un esecutivo ad interim guidato da Delcy Rodríguez, chiamato ora a gestire una transizione complessa sotto lo sguardo vigile della comunità internazionale.
Il ritorno della diplomazia e il nodo delle ambasciate
Il ministro degli Esteri venezuelano Yván Gil ha parlato apertamente di un “processo diplomatico esplorativo” avviato con gli Stati Uniti, con l’obiettivo di ristabilire le missioni diplomatiche in entrambi i Paesi. La sede dell’ambasciata americana a Baruta, nel distretto metropolitano di Caracas, era stata chiusa nel 2019 dopo la rottura delle relazioni bilaterali decisa dal governo Maduro in risposta al riconoscimento di Juan Guaidó da parte di Washington.
Da allora, le relazioni con il Venezuela erano state gestite dagli Stati Uniti attraverso la rappresentanza diplomatica in Colombia. Proprio l’incaricato d’affari Usa a Bogotá, John McNamara, ha guidato la missione arrivata a Caracas per una prima valutazione delle condizioni di sicurezza e operative in vista di una possibile riapertura graduale dell’ambasciata.
Anche il Venezuela si prepara a ricambiare il gesto, inviando una delegazione a Washington. La storica sede diplomatica venezuelana a Georgetown, sulle rive del Potomac, è chiusa dal 2023, dopo la fine dell’esperienza dell’opposizione guidata da Guaidó e il conseguente vuoto istituzionale.
Rodríguez: “risponderemo agli Usa con la diplomazia”
Pur ribadendo la condanna dell’intervento militare statunitense, Delcy Rodríguez ha scelto toni più pragmatici rispetto al passato. In un discorso trasmesso dalla televisione di Stato, la presidente ad interim ha sottolineato che la risposta del Venezuela all’azione americana avverrà “nel campo della diplomazia”, rivendicando la necessità di difendere pace, stabilità, indipendenza e sovranità nazionale.
Un linguaggio che segna una discontinuità evidente con la retorica del passato e che lascia intravedere la consapevolezza, a Caracas, che senza un dialogo con Washington sarà difficile ottenere una normalizzazione politica ed economica del Paese.
Il petrolio al centro del nuovo equilibrio
Se la diplomazia riapre i canali formali, è il petrolio a rappresentare il vero baricentro della nuova fase. Il Venezuela detiene circa un quinto delle riserve petrolifere mondiali, le più grandi del pianeta, ma da anni il settore è in profonda crisi a causa di sanzioni, cattiva gestione e infrastrutture obsolete.
Alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha incontrato i vertici delle principali compagnie petrolifere americane e internazionali, presentando una strategia che punta a riportare il greggio venezuelano sotto un controllo diretto di Washington. Trump ha garantito “sicurezza totale” alle aziende disposte a investire e ha chiarito che saranno gli Stati Uniti a decidere quali compagnie potranno operare in Venezuela.
Nel corso dell’incontro, il presidente ha sostenuto che almeno 30 milioni di barili di petrolio venezuelano sarebbero già diretti verso gli Stati Uniti, una cifra che secondo diverse fonti internazionali non avrebbe, però, trovato conferma ufficiale da parte delle autorità di Caracas.
Le perplessità di Big Oil e la questione degli investimenti
Nonostante le promesse della Casa Bianca, l’entusiasmo delle grandi compagnie petrolifere appare contenuto. Il Ceo di Exxon Mobil, Darren Woods, ha ricordato come il quadro legale e commerciale venezuelano resti estremamente fragile, sottolineando che senza garanzie durature sugli investimenti sarà difficile impegnare capitali su larga scala.
Anche il costo stesso del petrolio venezuelano rappresenta un ostacolo. Si tratta di greggio pesante, più costoso da estrarre e da raffinare, che per essere redditizio richiederebbe prezzi di mercato ben superiori a quelli attuali. La ricostruzione dell’intero comparto energetico venezuelano richiederebbe investimenti nell’ordine di decine di miliardi di dollari e tempi lunghi, in un contesto globale che guarda sempre più alla transizione energetica.
L’Italia e il ruolo dell’Eni
Tra i manager presenti alla Casa Bianca c’era anche l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, che ha confermato la disponibilità del gruppo italiano a investire in Venezuela in coordinamento con gli Stati Uniti. Eni è già presente nel Paese con circa 500 addetti, soprattutto nel settore del gas naturale, e guarda con interesse a un possibile rilancio delle attività in un quadro di maggiore stabilità.
Sequestri di petroliere e cooperazione navale
Nonostante il disgelo diplomatico, le tensioni non sono scomparse. Negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno sequestrato la quinta petroliera venezuelana in meno di un mese, la Olina, nell’ambito delle operazioni di controllo delle esportazioni di greggio. Trump ha spiegato che l’operazione è avvenuta in coordinamento con le autorità di transizione venezuelane, poiché la nave era partita senza le autorizzazioni necessarie.
La compagnia statale Pdvsa ha confermato l’avvio di una cooperazione con Washington sul controllo del traffico marittimo, definendo il rientro della nave Minerva come il primo successo di un’operazione congiunta. Un segnale che rafforza l’idea di un controllo sempre più diretto degli Stati Uniti sul commercio petrolifero venezuelano.
Prigionieri politici e pressioni dell’opposizione
Sul piano interno, la transizione resta segnata dal tema dei prigionieri politici. Il governo ad interim ha annunciato il rilascio di un “numero significativo” di detenuti, tra cui alcuni cittadini stranieri, ma secondo le organizzazioni per i diritti umani si tratterebbe di una percentuale minima rispetto al totale.
L’opposizione, guidata da Maria Corina Machado, guarda ora con attenzione all’annunciato incontro con Trump, nella speranza che la liberazione di tutti i prigionieri politici diventi una condizione centrale del processo di normalizzazione dei rapporti tra Washington e Caracas.
Un equilibrio ancora tutto da costruire
La possibile ripresa delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Venezuela rappresenta un passaggio cruciale dopo anni di scontro frontale. Tuttavia, tra interessi energetici, instabilità politica, diffidenza delle multinazionali e pressioni internazionali, il percorso verso una vera normalizzazione appare lungo e irto di ostacoli. Il petrolio resta la chiave di volta, ma senza riforme strutturali e garanzie politiche, il disgelo rischia di restare fragile.
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