Trump valuta l’attacco all’Iran: Teheran in allerta, minacce all’Ue, sanzioni Usa e mediazione della Turchia
Escalation Usa-Iran: possibile attacco nel weekend, Teheran in allerta e sanzioni su Pasdaran e ministro Momeni
Alti funzionari militari statunitensi avrebbero avvertito la leadership di un alleato chiave degli Stati Uniti in Medio Oriente che il presidente Donald Trump potrebbe autorizzare un attacco contro l’Iran già nel fine settimana, con una finestra operativa che — secondo le fonti citate — potrebbe aprirsi domenica. A rilanciare lo scenario è Drop Site News, che parla di un’ipotesi di strikes mirati su obiettivi legati alle infrastrutture nucleari, ai sistemi balistici e ad altri siti militari, in un contesto che diversi osservatori descrivono come escalation a geometria variabile: pressione militare, leve finanziarie e messaggi diplomatici alternati.
La risposta iraniana: avvertimento a Usa e Israele e “mano sul grilletto”
Da Teheran il segnale è arrivato immediato e senza sfumature. Il capo dell’esercito iraniano Amir Hatami ha dichiarato che le forze armate sono in “stato di massima allerta”, mettendo in guardia United States e Israel da “errori” che, a suo dire, metterebbero a rischio la sicurezza della regione. Le dichiarazioni si innestano sul dispiegamento di forze statunitensi nel Golfo e sul rimbalzo di segnali di deterrenza reciproca, mentre sul tavolo resta il dossier nucleare e la richiesta americana di un accordo che disinneschi la crisi.
Lo strappo con l’Europa: la minaccia del regime degli ayatollah all’Ue
Nel quadro di una polarizzazione crescente, il regime iraniano ha alzato il tiro anche con European Union, dopo la decisione europea di inserire il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica — Islamic Revolutionary Guard Corps — in una black list terroristica. Il segretario del Supremo Consiglio per la Sicurezza nazionale Ali Larijani ha affermato che, per reciprocità, anche gli eserciti dei Paesi europei saranno considerati “terroristi”, avvertendo di possibili “conseguenze” per chi ha sostenuto la misura. Una minaccia politica e simbolica che punta a spostare il conflitto sul terreno della legittimità internazionale, trasformando le liste e le designazioni in un’arma diplomatica.
La stretta di Washington: sanzioni su Momeni, comandanti e piattaforme finanziarie
Parallelamente alla pressione militare, la Casa Bianca ha rafforzato la leva economica. Il Dipartimento del Tesoro, tramite Office of Foreign Assets Control, ha annunciato nuove sanzioni contro Eskandar Momeni e diversi alti ufficiali collegati agli apparati di sicurezza e ai Pasdaran, ritenuti responsabili della repressione interna. Nel mirino anche due piattaforme di scambio di asset digitali, Zedcex Exchange Ltd. e Zedxion Exchange Ltd., accusate di facilitare transazioni e aggirare i vincoli. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha rivendicato la linea dura sostenendo che Washington continuerà a colpire “reti” ed “élite” legate al sistema di potere iraniano.
Diplomazia sospesa: apertura ai negoziati, ma con paletti invalicabili
Nel racconto ufficiale iraniano resta uno spiraglio: la disponibilità a riprendere un negoziato sul nucleare, purché “equo” e su un piano di parità. L’apertura, però, convive con limiti dichiarati non negoziabili, soprattutto su missili e capacità di difesa, che per Teheran sono parte integrante della deterrenza nazionale. Sul fronte americano, le dichiarazioni pubbliche oscillano tra la speranza di un’intesa e l’enfasi sull’apparato militare schierato, alimentando l’incertezza su quale sia la soglia reale oltre la quale l’opzione militare diventa decisione.
Il ruolo della Turchia: mediazione diplomatica per evitare l’escalation
Nel tentativo di scongiurare un’escalation militare che potrebbe destabilizzare l’intera regione, la Turchia si è proposta come canale di mediazione tra Washington e Teheran. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha ribadito la disponibilità di Ankara a facilitare un dialogo diretto, sottolineando come un conflitto armato contro l’Iran avrebbe conseguenze dirette anche sulla sicurezza turca, dato il lungo confine condiviso tra i due Paesi. In questo quadro si inserisce la visita del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a Istanbul, dove ha incontrato l’omologo Hakan Fidan per discutere di una possibile de-escalation. Ankara insiste sul ritorno al negoziato nucleare come unica via percorribile e respinge apertamente qualsiasi intervento militare straniero, temendo un effetto domino su flussi migratori, sicurezza regionale ed equilibri economici nel Mediterraneo orientale.
Il fattore Hormuz e il rischio sistemico: quando basta la minaccia a muovere i mercati
La crisi si concentra anche su un punto strategico che vale più di molte dichiarazioni: lo Stretto di Hormuz. L’area, vitale per il traffico energetico globale, è storicamente uno dei principali strumenti di pressione iraniani: non serve necessariamente “chiudere” il passaggio per provocare effetti a catena, perché è sufficiente aumentare la percezione del rischio per incidere su assicurazioni, rotte, tempi di transito e prezzi. In questo senso, lo scenario di esercitazioni e avvertimenti reciproci — in parallelo alla possibilità di raid — alza il valore politico della deterrenza e moltiplica i margini di incidente, errore di calcolo e escalation non intenzionale.
L’esplosione a Bandar Abbas: allarme sicurezza nel Golfo
Ad accrescere il clima di tensione, poi, è stata anche una violenta esplosione registrata nella città portuale di Bandar Abbas, uno snodo strategico per le attività navali e commerciali dell’Iran affacciato sul Golfo Persico. Secondo i media statali, il boato ha colpito un edificio di otto piani nella zona di Moallem Boulevard, distruggendo almeno due livelli della struttura e danneggiando veicoli e negozi nelle vicinanze, con un bilancio provvisorio di vittime e feriti. Le autorità iraniane hanno parlato inizialmente di cause sconosciute, mentre i Guardiani della Rivoluzione hanno smentito con forza le voci circolate sui social media secondo cui l’esplosione avrebbe preso di mira un alto comandante dei Pasdaran. L’episodio, avvenuto in un momento di massima allerta militare e di esercitazioni navali nello Stretto di Hormuz, ha alimentato sospetti e speculazioni, rafforzando la percezione di una regione sull’orlo di una crisi più ampia e difficile da controllare.
Una partita a più livelli: cambio di regime, repressione interna e pressione internazionale
Dentro la cornice militare e sanzionatoria si muove un’altra variabile: la dimensione politica interna iraniana e la narrazione occidentale sulla repressione delle proteste. Le sanzioni statunitensi richiamano esplicitamente la responsabilità degli apparati di sicurezza per la violenza sulle piazze; Teheran, al contrario, respinge le ricostruzioni più dure e accusa l’Occidente di strumentalizzare i numeri. Intanto, l’ipotesi che gli attacchi — se autorizzati — possano mirare anche a colpire i centri di comando dei Pasdaran viene letta da più analisti come una pressione che va oltre il dossier nucleare e punta a ridisegnare gli equilibri del potere nella Repubblica islamica.
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