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Trump torna a minacciare Cuba: ultimatum petrolifero e nuova escalation verbale

Trump minaccia Cuba: stop al petrolio venezuelano e ultimatum all’Avana

Trump torna a minacciare Cuba: ultimatum petrolifero e nuova escalation verbale

L’11 gennaio il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha inasprito drasticamente i toni nei confronti di Cuba, lanciando un messaggio che ha il sapore dell’ultimatum: “fate un accordo prima che sia troppo tardi”. Parole affidate al suo social network Truth Social che hanno immediatamente riacceso una delle fratture geopolitiche più longeve dell’emisfero occidentale, rilanciando lo scontro diretto tra Washington e L’Avana.

Lo stop a petrolio e fondi: il colpo all’asse Cuba-Venezuela

Nel suo intervento, Trump ha annunciato la fine del flusso di petrolio e denaro proveniente dal Venezuela verso l’isola caraibica. “Non arriveranno più petrolio e soldi. Zero”, ha scritto il presidente americano, sostenendo che per anni Cuba avrebbe sostenuto il proprio sistema economico grazie a un accordo con Caracas: sicurezza in cambio di greggio. Secondo la Casa Bianca, questo patto sarebbe ormai saltato dopo il recente intervento statunitense in Venezuela e la cattura di Nicolás Maduro, evento che Trump considera uno spartiacque strategico per tutta la regione.

Le accuse sui servizi di sicurezza e i morti cubani in Venezuela

Trump ha inoltre affermato che militari e agenti cubani avrebbero garantito la sicurezza ai vertici del regime venezuelano, pagando un prezzo altissimo durante l’operazione statunitense di inizio gennaio. Secondo il presidente Usa, decine di cubani sarebbero rimasti uccisi nei combattimenti. L’Avana ha ammesso la perdita di 32 uomini, pur contestando cifre e ricostruzioni americane. Per Trump, tuttavia, il messaggio è chiaro: il Venezuela non avrebbe più bisogno di “estorsori” perché ora protetto direttamente dagli Stati Uniti, “l’esercito più potente del mondo”.

La replica di Díaz-Canel: sovranità e resistenza

La risposta cubana non si è fatta attendere. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha respinto con fermezza l’ultimatum, rivendicando la piena sovranità dell’isola. “Cuba è una nazione libera, indipendente e sovrana. Nessuno può dirci cosa dobbiamo fare”, ha scritto su X, aggiungendo che il Paese è pronto a difendersi “fino all’ultima goccia di sangue”. Una dichiarazione che richiama direttamente il linguaggio della rivoluzione e riafferma la linea della resistenza a ogni pressione esterna.

L’embargo dal 1962 e una crisi che dura da decenni

Le nuove minacce si inseriscono in un contesto storico segnato dall’embargo imposto dagli Stati Uniti nel 1962, in piena guerra fredda, e rafforzato nel corso dei decenni. Oggi Cuba attraversa una delle peggiori crisi economiche e sociali dalla rivoluzione castrista: carenze energetiche, blackout frequenti, inflazione e una crescente tensione sociale. Lo stop definitivo al petrolio venezuelano, stimato in circa 30mila barili al giorno, rischia di paralizzare ulteriormente il sistema elettrico e produttivo dell’isola.

La posizione del ministro degli Esteri cubano: “Usa egemone criminale”

Ancora più duro il commento del ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez, che ha negato qualsiasi compenso ricevuto per presunti servizi di sicurezza e ha accusato Washington di pratiche di ricatto e coercizione militare. Secondo Rodríguez, Cuba ha il diritto di importare carburante e sviluppare relazioni commerciali senza sottostare a misure coercitive unilaterali. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, “si comportano come un egemone criminale e incontrollato che minaccia la pace e la sicurezza non solo nel continente americano, ma nel mondo”.

Il riferimento a Marco Rubio e la provocazione politica

Ad alimentare ulteriormente lo scontro è stato il repost di Trump di un messaggio ironico secondo cui Marco Rubio, segretario di Stato americano e figlio di immigrati cubani, potrebbe diventare presidente di Cuba. “Mi sembra un’ottima idea”, ha commentato Trump, lasciando volutamente ambigua la natura della provocazione, ma inviando un segnale politico fortissimo a L’Avana e alla diaspora cubana negli Stati Uniti.

La “dottrina Donroe” e il ritorno all’egemonia americana

Trump ha giustificato la sua linea parlando di una nuova “dottrina Donroe”, un gioco di parole che richiama la Dottrina Monroe formulata nell’Ottocento dal presidente James Monroe. Allora come oggi, l’obiettivo dichiarato è riaffermare la supremazia statunitense nel continente americano. Una svolta significativa per un leader che in passato aveva criticato l’interventismo Usa e che ora, invece, sembra deciso a esercitare una pressione diretta e senza precedenti sui governi considerati ostili.

Tra accordo e collasso: il bivio imposto a L’Avana

Dietro la retorica incendiaria si profila un bivio strategico per Cuba: accettare un negoziato con Washington, aprendo a riforme e concessioni politiche, oppure affrontare un isolamento ancora più profondo con il rischio concreto di collasso energetico ed economico. Trump e Rubio sostengono di non voler destabilizzare l’isola, ma le condizioni poste appaiono drastiche e difficilmente accettabili per il regime cubano. Lo scontro verbale, intanto, continua ad alzare la tensione in un’area già scossa dagli eventi in Venezuela e dalle nuove dinamiche di potere nell’America Latina.

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