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Sudan: scontri tra l’esercito e il gruppo paramilitare RFS. Il Governo italiano:” la violenza porta solo ad altra violenza”

Già giovedì scorso la denuncia da parte dell'esercito di un "pericoloso" dispiegamento di paramilitari

Sudan: scontri tra l’esercito e il gruppo paramilitare RFS. Il Governo italiano:” la violenza porta solo ad altra violenza”

Almeno 56 civili sono stati uccisi da sabato mattina nei combattimenti in corso tra l’esercito sudanese e il gruppo paramilitare RSF in tutto il Sudan. Altri 595 sono rimasti feriti. Questo il nuovo bilancio degli scontri in atto nel paese, secondo il Comitato centrale per i medici sudanesi.

“Il numero totale di morti tra i civili è di 56”, ha fatto sapere il Comitato centrale dei medici sudanesi, aggiungendo che si registrano “decine di morti” tra le forze di sicurezza, ma non sono state incluse nel bilancio delle vittime.
Nei giorni scorsi si sarebbe dovuto firmare un accordo per aprire un processo politico che avrebbe dovuto riportare i civili al potere in Sudan. La firma è stata continuamente rinviata per disaccordi tra l’esercito regolare, guidato dal generale Abdel Fattah al Burhan, a capo del Consiglio sovrano, e il capo delle Forze di supporto rapido (Rsf) Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti.

Tutto si gioca tra i due.

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Non si sono messi d’accordo, e così la capitale Khartoum, ieri mattina, si è svegliata al suono di colpi d’arma da fuoco pesanti e leggere e di esplosioni quasi senza sosta.

La situazione nella capitale, e in tutto il paese, rimane confusa. L’esercito dice di “affrontare il nemico” e parla di “milizie” che accusa di “bugie e “tradimento”. Secondo l’Unione dei medici sudanesi, almeno tre civili sono morti – due uccisi all’aeroporto della capitale e uno fucilato ad Al Obeid – e decine sono rimasti feriti.
Durante il colpo di stato, Hemedti e Burhan hanno formato un fronte comune per estromettere i civili alla guida del paese dopo la cacciata di Omar al-Bashir. Col passare del tempo, tuttavia, Hemedti ha costantemente denunciato il colpo di stato. Anche di recente si è schierato con i civili – quindi contro l’esercito nelle trattative politiche – bloccando le discussioni e quindi ogni soluzione alla crisi in Sudan.
Per giorni tra la popolazione della capitale Khartoum si sono rincorse voci di un imminente scontro tra i due campi.
Già giovedì scorso l’esercito aveva denunciato un “pericoloso” dispiegamento di paramilitari a Khartoum e in altre città senza “il minimo coordinamento con il comando delle forze armate”. Per giorni i civili e la comunità internazionale hanno dovuto accettare un nuovo rinvio della firma dell’accordo politico che avrebbe dovuto far uscire il paese dall’impasse – a causa delle divergenze tra i due generali.
Le divergenze tra i due uomini forti del potere in Sudan riguardano essenzialmente il futuro dei paramilitari.
Il ritorno alla transizione democratica dipende dal loro inserimento nelle truppe regolari.
L’esercito non rifiuta questo compromesso, ma vuole -comunque- imporre le sue condizioni di ammissioni e limitarne l’integrazione.

Hemedti, invece, rivendica un’ampia inclusione e, soprattutto, un ruolo centrale all’interno dello stato maggiore.

Hemedti ha anche denunciato il fatto che le raccomandazioni finali avrebbero ignorato le loro proposte relative alla tempistica dell’integrazione nell’arco di due anni.

Il nodo, dunque, è quello del ruolo delle forze armate e la loro composizione. L’esercito, infatti, in Sudan ha sempre svolto un ruolo fondamentale e detiene buona parte del potere, non solo politico, ma anche economico. Controlla molte attività fondamentali per il paese. E qui sta anche la ragione dell’irrigidimento del capo delle Forze di supporto rapido. Ma altri problemi continuano a minare la fattibilità dell’accordo.
I Comitati di resistenza, così come l’Associazione dei professionisti sudanesi, che sono stati all’origine della rivoluzione del 2019, ripetono di rifiutare qualsiasi accordo con i soldati golpisti. E hanno continuato, regolarmente, a manifestare contro l’attuale regime. Infine, i gruppi armati che si sono rifiutati di aderire al dialogo a dicembre e hanno negato ai civili la legittimità di guidare la transizione si stanno mettendo di traverso.

Gibril Ibrahim, attuale ministro delle Finanze e leader del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza, nei giorni scorsi sosteneva che “se le cose accadono così”, cioè come vuole Burhan, “non stabilizzeranno il Paese e le loro conseguenze sono sconosciute”.
Sciogliere il nodo delle forze armate è fondamentale per un paese che ha sempre visto i militari sostenere il dittatore: sganciarle dal potere politico porterebbe il paese sul cammino della democrazia, metterebbe fine al regime dei golpisti e, soprattutto, ridarebbe fiato all’economia che sta vivendo una crisi senza precedenti e aprirebbe, nuovamente, la strada a interventi delle istituzioni finanziarie internazionali necessari per avviare riforme fondamentali per la vita stessa del paese.

La comunità internazionale, infatti, ha chiesto il ritorno alla transizione per riprendere gli aiuti al Sudan, uno dei paesi più poveri al mondo. Se le parti in causa avessero raggiunto un accordo, la tabella di marcia prevedeva l’entrata in vigore della Costituzione provvisoria e la formazione di un nuovo governo civile, già entro questo mese. Poteva essere una svolta storica, ma tutto è stato soffocato dalla bulimia di potere, ancora una volta, dei militari.

Il segretario di Stato americano, Anthony Blinken, e i ministri degli Esteri di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, Faisal bin Farhan e Abdullah bin Zeid Al Nahyan, ha chiesto alle parti in conflitto in Sudan di mettere immediatamente fine alle ostilità senza precondizioni. Lo ha riferito il Dipartimento di Stato Usa.

“Abbiamo convenuto che le parti devono cessare immediatamente le ostilità senza precondizioni. Esorto il generale Abdel Fattah Burhan e il generale Mohammed Daglo ad adottare misure attive per ridurre le tensioni e garantire la sicurezza di tutti i civili”, si legge in una dichiarazione, in cui i tre ministri sottolineano che il ritorno ai negoziati è l’unica via d’uscita da questa situazione.

Il Governo italiano segue con preoccupazione gli eventi in corso in Sudan e si unisce agli appelli ONU, USA e UE perché cessino i combattimenti a Khartoum e altrove, per la sicurezza del popolo sudanese e per risparmiare ulteriori violenze.

Invita quindi le parti in causa ad abbandonare la via delle armi, e a riprendere i negoziati avviati da tempo, affinché il popolo sudanese esprima le proprie scelte nell’ambito di un processo elettorale. La violenza porta soltanto altra violenza.

Il governo italiano segue la situazione di sicurezza dei cittadini italiani, che sono invitati a restare a casa o in altro luogo sicuro, come chiesto dalla Ambasciata d’Italia, aperta e operativa.

Sudan: scontri tra l'esercito e il gruppo paramilitare RFS. Il Governo italiano:" la violenza porta solo ad altra violenza"

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