CAMBIA LINGUA

Raid Usa per catturare Maduro, Caracas blindata e scia di sangue: stime fino a 80 morti e decreto d’emergenza del governo ad interim

Dopo la cattura di Maduro, Caracas viene blindata: stime di decine di morti nel raid, decreto d’emergenza, controlli sui media e il petrolio al centro della nuova trattativa con Washington.

Raid Usa per catturare Maduro, Caracas blindata e scia di sangue: stime fino a 80 morti e decreto d’emergenza del governo ad interim

Il bilancio umano dell’operazione militare condotta all’alba di sabato a Caracas, con l’obiettivo di catturare Nicolás Maduro, si fa sempre più pesante. Secondo una valutazione interna del governo statunitense, riportata dal Washington Post citando funzionari a conoscenza della vicenda, i morti sarebbero circa 75, mentre altre fonti parlano addirittura di 80 vittime, di cui almeno 67 nella sola fase iniziale dell’attacco, durante lo scontro a fuoco esploso nel complesso residenziale dell’ex presidente.

Lo scontro nel complesso residenziale e i civili coinvolti

Le valutazioni raccolte dal quotidiano americano includono, oltre ai componenti delle forze di sicurezza venezuelane, anche personale cubano e civili rimasti intrappolati nei combattimenti. È proprio la presenza di non combattenti tra le vittime a rendere l’episodio politicamente ancora più incendiario: il raid, per modalità e impatto, non si esaurisce nell’arresto del leader, ma apre una frattura profonda nella percezione di legittimità, sicurezza e sovranità, dentro e fuori il Paese.

Caracas sotto pressione: posti di blocco, perquisizioni e paura di parlare

Nelle ore successive all’operazione, la capitale venezuelana si è risvegliata dentro un clima di repressione e controllo capillare. Tank schierati, uomini armati agli angoli delle strade, check point e pattugliamenti: a presidiare la città ci sono anche i reparti paramilitari noti come “colectivos”, descritti da più ricostruzioni come parte integrante dell’architettura di controllo interno. In questo scenario, raccontano le cronache, i telefoni vengono controllati sul posto e il sospetto di un semplice messaggio “sbagliato” può trasformarsi in un problema.

La notte dei droni su Miraflores e l’“incidente” tra reparti di sicurezza

A rafforzare la sensazione di instabilità è arrivato anche l’allarme notturno attorno al palazzo presidenziale di Miraflores. Raffiche, colpi esplosi e l’abbattimento di droni hanno fatto temere un nuovo attacco; poi, la versione ufficiale ha ricondotto tutto a un errore di comunicazione: velivoli decollati per compiti di vigilanza senza che le forze di terra fossero state informate, con conseguente reazione armata contro “oggetti non identificati”. Un equivoco che, al di là della spiegazione tecnica, fotografa un livello di tensione e nervosismo operativo altissimo.

Il decreto d’emergenza e la “caccia” ai presunti collaboratori

Il nuovo assetto al vertice ha reagito irrigidendo ulteriormente il dispositivo interno. Con il decreto di eccezionalità varato dopo l’insediamento della presidente ad interim Delcy Rodríguez, gli apparati di sicurezza ricevono mandato di cercare e catturare, su tutto il territorio nazionale, chiunque sia ritenuto coinvolto nella “promozione o nel sostegno” dell’azione armata statunitense. È un passaggio che, sul piano pratico, amplia la discrezionalità operativa della polizia e rischia di trasformare l’onda lunga del raid in una stagione di arresti preventivi e repressione politica.

Il giro di vite si riflette anche sul lavoro dei media. In queste ore è emerso il caso del giornalista italiano Stefano Pozzebon, collaboratore della CNN, fermato all’aeroporto e poi espulso dal Venezuela, episodio che si inserisce in un contesto più ampio di controlli e pressioni sui reporter presenti in città.

Il triumvirato del potere e la transizione che non scioglie il nodo della forza

La domanda che attraversa Caracas, e insieme le cancellerie internazionali, è quanto possa durare l’equilibrio attuale: una presidenza ad interim formalmente in mano a Rodríguez, ma sostenuta dai pilastri securitari del regime, con figure-chiave come Diosdado Cabello agli Interni e Vladimir Padrino López alla Difesa. La struttura che ha retto Maduro per anni appare ancora capace di reprimere il dissenso, ma l’operazione americana ha esposto fragilità evidenti sul piano militare e del coordinamento tra comandi, alimentando l’idea di un potere rimasto compatto “per inerzia” più che per piena efficienza.

Il fattore Trump e la partita del petrolio: l’annuncio dei “30-50 milioni di barili”

Sul fronte esterno, la nuova fase ruota attorno al rapporto con Washington. Donald Trump ha annunciato che le autorità di transizione consegneranno agli Stati Uniti tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio, indicandolo come un accordo operativo immediato, con il segretario all’Energia Chris Wright incaricato di attuarlo. È un messaggio che lega la stabilizzazione politica a un obiettivo economico e strategico, rendendo il petrolio il perno della trattativa e, allo stesso tempo, la principale fonte di contestazione internazionale.

Un Paese sospeso tra repressione interna e negoziato esterno

Dentro questa cornice, il Venezuela entra in una fase ambigua: abbastanza “controllato” da evitare, per ora, un collasso immediato, ma troppo instabile per immaginare una normalizzazione rapida. La repressione sembra tornare lo strumento più immediato per ridurre i rischi interni, mentre il dialogo con gli Stati Uniti appare la chiave per la sopravvivenza economica e per la gestione del dopo-Maduro. Resta, però, il nodo politico: se l’obiettivo reale sia una transizione con tempi e garanzie, o una resistenza mascherata da cooperazione, mentre la società venezuelana continua a vivere nella paura e nell’incertezza.

Segui La Milano sul nostro canale Whatsapp

Riproduzione riservata © Copyright La Milano

×