Proteste in Iran, strage e tensione globale: Trump valuta attacchi aerei mentre Teheran apre ai negoziati
Repressione in Iran e rischio escalation: morti, blackout Internet e tensione USA-Iran tra diplomazia e ipotesi raid
L’Iran è entrato in una fase di crisi che intreccia repressione interna e rischio di escalation internazionale. Da settimane le proteste contro il regime, nate su rivendicazioni economiche e poi trasformatesi in una contestazione politica più ampia, vengono represse con una durezza che le organizzazioni per i diritti umani descrivono come senza precedenti.
Un bilancio sempre più drammatico: dalle centinaia alle migliaia di vittime
Il numero delle vittime delle proteste in Iran continua a crescere e assume contorni sempre più drammatici. Secondo quanto riferito da un funzionario iraniano all’agenzia Reuters, e rilanciato da Sky News, i morti sarebbero circa 2.000, un bilancio che includerebbe anche membri delle forze di sicurezza. Teheran attribuisce le uccisioni all’azione di presunti “terroristi”, una lettura che viene, però, contestata dalle organizzazioni indipendenti.
Le ultime stime verificate dell’ong statunitense Human Rights Activists News Agency parlano di almeno 646 vittime, ma la stessa organizzazione avverte che il blackout quasi totale di Internet, in vigore da giorni, rende estremamente difficile raccogliere dati completi e verificarli in modo indipendente.
A delineare uno scenario ancora più grave è il media di opposizione con sede a Londra Iran International, secondo cui le persone uccise sarebbero almeno 12.000, molte delle quali giovani sotto i 30 anni. La testata definisce quanto accaduto “il più grande massacro della storia contemporanea dell’Iran”, avvenuto in larga parte nelle notti tra l’8 e il 9 gennaio. La stima si basa su un’analisi multilivello di fonti interne, dati sanitari, testimonianze dirette e informazioni provenienti anche da ambienti vicini al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, diffuse solo dopo una lunga fase di convergenza e verifica delle prove.
La Casa Bianca alza il tono: “Tutte le opzioni sul tavolo”, inclusi attacchi aerei
Sul fronte statunitense, la Casa Bianca ha ribadito che il presidente Donald Trump mantiene aperte “tutte le opzioni”, con gli attacchi aerei indicati come una possibilità tra molte. La linea ufficiale insiste sulla priorità della diplomazia, ma con un messaggio implicito: la deterrenza resta attiva e l’Iran “sa” che Washington può ricorrere alla forza se lo riterrà necessario. In parallelo, l’amministrazione valuta come muoversi senza trasformare l’onda di proteste in un detonatore regionale.
Teheran tra minaccia e apertura: “Pronti alla guerra e al dialogo”
Dalla Repubblica islamica arriva una posizione doppiamente calibrata. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha parlato di disponibilità al dialogo, ma anche di preparazione alla guerra, chiarendo che l’eventuale negoziato non può avvenire sotto minaccia militare. È una formula che lascia spazio a canali di contatto e, allo stesso tempo, prova a dissuadere un’azione americana. In questo equilibrio instabile, ogni dichiarazione pubblica rischia di irrigidire le parti, mentre dietro le quinte restano decisive mediazioni e interlocuzioni indirette.
Diplomazia in bilico: l’ipotesi di un incontro e le divisioni nella squadra Usa
Le indiscrezioni riportano che l’Iran avrebbe segnalato disponibilità a riaprire un confronto sul dossier nucleare e che negli Stati Uniti non mancano voci favorevoli a tentare prima una via diplomatica. Tuttavia, la stessa Casa Bianca si muove su un crinale: qualunque apertura rischia di apparire come un passo indietro di fronte alle violenze, mentre un intervento militare potrebbe offrire a Teheran un collante nazionalista per ricompattare parte della società attorno al regime.
L’Europa rompe gli indugi: stop ai diplomatici iraniani all’Europarlamento
A Bruxelles, il Parlamento europeo ha scelto una misura simbolica, ma netta: il divieto di accesso ai locali dell’Eurocamera per diplomatici e rappresentanti iraniani. L’annuncio della presidente Roberta Metsola viene presentato come una risposta alla repressione e come segnale che non può esserci “normalità” mentre in Iran si registrano morti e arresti nelle piazze.
Nazioni Unite e diritti: l’appello a fermare l’uso sproporzionato della forza
Sul piano multilaterale, l’ONU insiste su un punto essenziale: il diritto dei cittadini a manifestare pacificamente e l’obbligo delle autorità di evitare un uso non necessario o sproporzionato della forza. È una cornice che richiama il diritto internazionale, ma che si scontra con la realtà di un Paese dove l’accesso alle informazioni è limitato e la narrazione ufficiale tende a incasellare la protesta come “minaccia” o “terrorismo”, riducendo lo spazio per soluzioni politiche interne.
Internet e Starlink: la guerra delle informazioni diventa un fronte decisivo
Il blackout digitale non è un dettaglio tecnico: incide sulla capacità dei manifestanti di coordinarsi e sulla possibilità del mondo esterno di documentare gli eventi. Le poche immagini che emergono – spesso attraverso sistemi alternativi e connessioni non convenzionali – diventano prova, propaganda e pressione internazionale nello stesso momento. In questo scenario, la partita delle telecomunicazioni è ormai parte integrante della crisi.
Dazi e pressione economica: la mossa Usa che può allargare il conflitto
Accanto all’opzione militare, Washington agita anche leve economiche. Trump ha annunciato l’intenzione di introdurre un dazio del 25% verso i Paesi che fanno affari con l’Iran, una misura che punta a isolare Teheran, ma rischia di aprire frizioni con partner commerciali e di trasformare la crisi iraniana in un nuovo terreno di confronto globale.
Il bivio dei prossimi giorni: de-escalation negoziale o salto di qualità militare
Con le piazze ancora in fermento e il regime determinato a mostrare controllo, la finestra per una de-escalation appare stretta. Se prevarrà la via diplomatica, il nodo sarà costruire un percorso credibile senza “premiare” la repressione. Se invece la crisi dovesse scivolare verso un intervento – anche limitato – l’Iran ha già lasciato intendere che reagirebbe colpendo interessi statunitensi nella regione, aumentando il rischio di un effetto domino in Medio Oriente. Nel frattempo, le vittime e l’isolamento informativo restano il cuore più drammatico della vicenda: la crisi non è solo geopolitica, ma prima di tutto umana.
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