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Minnesota fa causa a Trump: “Invasione federale” dell’ICE nelle Twin Cities dopo la morte di Renee Good

Retate ICE e morte di Renee Good: il Minnesota accusa Trump di violazioni costituzionali

Lo Stato del Minnesota, affiancato dalle amministrazioni delle Twin Cities di Minneapolis e Saint Paul, ha intentato una causa federale contro l’amministrazione del presidente Donald Trump, denunciando quella che viene definita senza mezzi termini “un’invasione federale”. Al centro del ricorso c’è la vasta operazione anti-immigrazione condotta dall’ICE, ritenuta dallo Stato incostituzionale e lesiva dell’autonomia locale. Il procedimento chiede un’ordinanza immediata che imponga la cessazione o la drastica limitazione dell’intervento federale nelle aree metropolitane del Minnesota.

L’ondata di agenti federali e il controllo operativo del territorio

Secondo quanto riportato nella causa, il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale avrebbe dispiegato oltre duemila agenti tra Immigration and Customs Enforcement e Customs and Border Protection, assumendo di fatto il controllo operativo di ampie porzioni delle Twin Cities. A questo contingente, stando a fonti federali citate dalla CNN, si aggiungerebbe l’imminente arrivo di altri mille agenti, un rafforzamento che ha innescato un’escalation di tensioni istituzionali e sociali senza precedenti nella regione.

La denuncia di violazioni costituzionali e diritti civili

Il ricorso, presentato dal procuratore generale del Minnesota Keith Ellison, accusa il governo federale di aver violato il Decimo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, interferendo con le competenze statali in materia di sicurezza pubblica. Nelle carte si parla apertamente di abusi dei diritti civili, di fermi arbitrari e di un utilizzo delle risorse federali per aggirare leggi statali e ordinanze municipali che regolano i rapporti tra forze dell’ordine e comunità locali.

L’uccisione di Renee Nicole Good e il punto di non ritorno

Il clima è precipitato con l’uccisione di Renee Nicole Good, donna di 37 anni e madre di tre figli, colpita a morte da un agente dell’ICE durante un’operazione a Minneapolis lo scorso 7 gennaio. L’episodio, documentato da video ampiamente diffusi sui media, è diventato il simbolo della contestazione contro le politiche migratorie dell’amministrazione Trump. Secondo lo Stato, l’uso letale della forza non sarebbe giustificato dalle immagini disponibili, mentre il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale sostiene la tesi della legittima difesa.

I funzionari federali citati in giudizio

Tra i querelati figurano i vertici delle agenzie federali coinvolte: la segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem, il direttore ad interim dell’ICE Todd Lyons e il comandante della Border Protection Greg Bovino. Secondo l’accusa, la catena di comando avrebbe autorizzato un’operazione sproporzionata, priva di coordinamento con le autorità locali e caratterizzata da modalità operative giudicate aggressive e intimidatorie.

Le proteste di massa e l’onda nazionale di indignazione

La morte di Good ha scatenato centinaia di manifestazioni in tutti gli Stati Uniti, con lo slogan “ICE Out for Good” che gioca sul cognome della vittima e sulla richiesta di espulsione dell’agenzia dalle città. A Minneapolis, decine di migliaia di persone hanno sfidato il gelo invernale per partecipare a veglie e cortei, mentre proteste analoghe si sono svolte a New York, Chicago, Washington e Boston. Gli arresti durante le manifestazioni, almeno trenta solo a Minneapolis, hanno ulteriormente alimentato le accuse di repressione eccessiva.

La posizione dei sindaci e la difesa dell’autonomia locale

Il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha promesso di continuare a opporsi all’intervento federale “finché gli agenti agiranno al di fuori dei limiti della legge”, sottolineando come la presenza massiccia dell’ICE stia terrorizzando intere comunità. Sulla stessa linea le autorità di Saint Paul, che denunciano un effetto paralizzante sulla vita quotidiana dei residenti, sempre più riluttanti a uscire di casa o a usufruire dei servizi pubblici.

Lo scontro politico e il precedente dell’Illinois

La causa del Minnesota non è un caso isolato. Analoghe azioni legali sono state avviate dallo Stato dell’Illinois e dalla città di Chicago per fermare operazioni federali ritenute incostituzionali. L’amministrazione Trump, dal canto suo, rivendica la legittimità dell’intervento, sostenendo che il compito della presidenza è far rispettare la legge federale indipendentemente dall’orientamento politico di Stati e città.

Un conflitto destinato ai tribunali e alle urne

Con la richiesta di un ordine restrittivo temporaneo, il Minnesota mira a ottenere un pronunciamento rapido della magistratura federale, ma lo scontro va oltre le aule di giustizia e si inserisce in un clima politico già infuocato in vista delle prossime elezioni di midterm. Tra accuse di autoritarismo e rivendicazioni di sicurezza nazionale, il caso delle Twin Cities rischia di diventare uno spartiacque nel rapporto tra governo federale e Stati progressisti, segnando un nuovo capitolo nel dibattito americano su immigrazione, diritti civili e uso della forza.

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