Minnesota, arrestati circa 100 religiosi all’aeroporto di Minneapolis: protesta contro le deportazioni dell’amministrazione Trump
Arresti di religiosi a Minneapolis contro le deportazioni e le politiche migratorie USA
Circa cento membri del clero sono stati arrestati nelle scorse ore all’aeroporto internazionale di Minneapolis–Saint Paul International Airport, in Minnesota, durante una manifestazione di protesta contro la stretta sull’immigrazione dell’amministrazione Donald Trump. L’azione, definita dagli organizzatori un atto di disobbedienza civile non violenta, ha visto protagonisti pastori, reverendi e leader religiosi cristiani decisi a denunciare l’uso di voli civili e charter per le operazioni di deportazione dei migranti detenuti.
La protesta in aeroporto e l’intervento della polizia
Secondo quanto riferito dagli organizzatori e dal pastore luterano Justin Lind-Ayres, il gruppo si era radunato all’interno e nelle aree adiacenti allo scalo per attirare l’attenzione pubblica sul ruolo dell’aeroporto nelle espulsioni forzate. I manifestanti si sono inginocchiati cantando inni sacri e recitando il Padre Nostro, sfidando temperature estreme ben al di sotto dello zero. Dopo ripetuti avvertimenti, le forze dell’ordine sono intervenute procedendo agli arresti, ammanettando i religiosi e conducendoli via sui mezzi della polizia.
Le motivazioni ufficiali degli arresti
A chiarire la posizione delle autorità è stato Jeff Lea, portavoce della Metropolitan Airports Commission, secondo il quale i manifestanti sono stati fermati all’esterno del terminal principale per aver superato i limiti del permesso concesso e per aver interrotto le operazioni aeroportuali. Le persone arrestate hanno ricevuto citazioni per violazione di proprietà e mancata ottemperanza agli ordini della polizia, per poi essere rilasciate nel corso della giornata.
Una mobilitazione più ampia contro l’ICE
Gli arresti si inseriscono in una più ampia giornata di mobilitazione contro la U.S. Immigration and Customs Enforcement, culminata nella cosiddetta “Giornata della Verità e della Libertà”. L’iniziativa ha invitato i cittadini del Minnesota a boicottare scuola, lavoro e acquisti. Nonostante le temperature artiche, migliaia di persone hanno partecipato a cortei e manifestazioni a Minneapolis e St. Paul, dando vita a un movimento di protesta quotidiano iniziato il 7 gennaio.
Le voci dei religiosi: “una questione morale”
Tra i partecipanti anche la reverenda Elizabeth Barish Browne, giunta da Cheyenne, nel Wyoming, per prendere parte al raduno nel centro di Minneapolis. La ministra unitariana universalista ha definito quanto sta accadendo “chiaramente immorale”, aggiungendo con amara ironia che “fa un freddo intenso, ma il vero pericolo non viene dal gelo, bensì dall’Ice”, giocando sul nome dell’agenzia federale. Un messaggio condiviso da molti leader religiosi, che rivendicano il dovere morale di opporsi a politiche considerate disumane.
Le morti nei centri di detenzione e l’accusa di negligenza
A infiammare ulteriormente il clima di tensione sono le recenti morti di tre detenuti nelle strutture dell’ICE, avvenute nei primi giorni di gennaio. Parady La, rifugiato cambogiano di 46 anni residente negli Stati Uniti dall’infanzia, è morto il 9 gennaio dopo essere stato ricoverato in ospedale pochi giorni dall’arresto. Secondo l’agenzia, il decesso sarebbe legato a complicazioni da astinenza. Altri due uomini, i cittadini honduregni Luis Beltran Yanez Cruz, 68 anni, e Luis Gustavo Nunez Caceres, 42 anni, sono deceduti rispettivamente in California e in Texas per problemi cardiaci. Le associazioni per i diritti dei migranti parlano di gravi carenze nell’assistenza sanitaria e accusano l’ICE di disumanizzare persone già segnate da percorsi di sofferenza.
I numeri record e il contesto nazionale
Secondo i dati diffusi dallo Stato, dal gennaio 2025, in coincidenza con l’inizio della presidenza Trump, sono morti 32 detenuti nelle strutture dell’ICE, il numero più alto registrato dal 2004. Nello stesso periodo è stato raggiunto il picco record di circa 68.000 persone in custodia. Numeri che, per i manifestanti, confermano l’urgenza di un cambio di rotta nelle politiche migratorie federali.
Arresti di minori, polemiche e tensione istituzionale
La protesta in Minnesota è stata alimentata anche dal caso di una bambina di due anni e di suo padre fermati a Minneapolis e trasferiti in Texas, vicenda riportata dal The Guardian. Nonostante l’ordine di un giudice federale per il rilascio della minore, i due erano stati inizialmente imbarcati su un volo verso un centro di detenzione. L’episodio ha sollevato indignazione internazionale e richieste di chiarimenti diplomatici, contribuendo a rafforzare la mobilitazione.
Un Minnesota paralizzato dalla protesta
Nel frattempo, centinaia di attività commerciali hanno chiuso in segno di solidarietà, mentre sindacati, organizzazioni progressiste e comunità religiose hanno invitato i cittadini a sospendere le normali attività quotidiane. La tensione resta altissima, anche alla luce delle polemiche su una circolare interna che autorizzerebbe gli agenti dell’ICE a entrare nelle abitazioni senza mandato, misura che numerosi esperti considerano in contrasto con il Quarto Emendamento della Costituzione statunitense.
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