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Iran, scontro totale con l’Ue sui Pasdaran: Teheran minaccia conseguenze mentre Trump alza la pressione militare

Iran, scontro frontale con l’Ue sui Pasdaran mentre Trump alza la pressione militare

Lo Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane ha reagito con durezza alla decisione dell’Unione Europea di inserire le Guardie Rivoluzionarie iraniane nella lista delle organizzazioni terroristiche, definendo il provvedimento «ostile, provocatorio e dalle conseguenze pericolose». In una dichiarazione ufficiale, Teheran ha avvertito che gli effetti di questa scelta «ricadranno direttamente sui responsabili politici europei», alimentando un clima di forte contrapposizione diplomatica che rischia di estendersi ben oltre il piano politico.

La condanna dello Stato Maggiore iraniano e l’accusa di sudditanza geopolitica

Secondo i vertici militari di Teheran, la decisione europea rappresenterebbe un atto «irrazionale e irresponsabile», dettato – a loro dire – dall’obbedienza alle politiche di Stati Uniti e Israele. Lo Stato Maggiore ha parlato apertamente di un’azione «detestabile», sostenendo che essa rifletta «la profondità dell’ostilità dei leader europei nei confronti dell’Iran, delle sue forze armate e della sua sicurezza nazionale». Una lettura che rafforza la narrativa iraniana di un’Europa sempre più allineata alle strategie di Washington e Tel Aviv.

Il Ministero degli Esteri iraniano: “Decisione illegale e ipocrita”

Sulla stessa linea si è collocato il Ministero degli Esteri iraniano, che in una nota ufficiale ha bollato la designazione come «illegale, provocatoria e ipocrita». Teheran accusa Bruxelles di voler compiacere Israele e «i suoi sostenitori guerrafondai negli Stati Uniti», ribadendo che l’Unione Europea dovrà essere ritenuta responsabile delle conseguenze politiche e strategiche di questa misura. Le parole della diplomazia iraniana segnano un ulteriore irrigidimento nei rapporti con l’Occidente, già compromessi dalle sanzioni e dalle accuse sul piano dei diritti umani.

Trump e la strategia della pressione militare controllata

Sul fronte statunitense, il presidente Donald Trump ha cercato di bilanciare toni minacciosi e aperture diplomatiche. Pur assicurando di non avere «alcuna voglia di attaccare l’Iran», Trump ha ribadito che sarebbe «fantastico» evitare un’escalation, a condizione che Teheran compia due passi chiave: rinunciare al nucleare e fermare la repressione delle proteste interne. Parole accompagnate, però, da una dimostrazione di forza concreta, con lo schieramento di una vasta armata navale nel Medio Oriente.

La portaerei Lincoln e il messaggio di deterrenza

Il fulcro di questo dispiegamento è la portaerei Abraham Lincoln, a capo di una flotta definita dallo stesso Trump «un’armada imponente». La presenza di incrociatori armati con missili a lungo raggio e di decine di aerei da combattimento rappresenta un chiaro segnale di deterrenza. Il presidente Usa ha avvertito che senza un accordo sul nucleare «il prossimo attacco sarà molto peggio» di quello sferrato nei mesi precedenti, lasciando intendere che tutte le opzioni restano sul tavolo.

La risposta di Teheran: “Reagiremo come mai prima d’ora”

Alle minacce americane, l’Iran ha risposto promettendo una «risposta schiacciante» in caso di attacco. I vertici militari hanno annunciato il rafforzamento delle capacità difensive e l’ingresso di nuovi droni nei reggimenti da combattimento, sottolineando la prontezza a colpire basi e obiettivi strategici nella regione. Una dichiarazione che contribuisce ad alzare ulteriormente la tensione in un contesto già segnato da proteste interne represse nel sangue e da un fragile equilibrio regionale.

Un equilibrio sempre più fragile tra diplomazia e conflitto

La designazione delle Guardie Rivoluzionarie come organizzazione terroristica da parte dell’Unione Europea segna un punto di svolta nei rapporti con Teheran. Tra sanzioni, minacce incrociate e dimostrazioni di forza militare, lo spazio per una soluzione diplomatica appare sempre più ristretto. Resta ora da capire se le pressioni occidentali riusciranno a spingere l’Iran verso un nuovo negoziato o se, al contrario, apriranno la strada a una fase di instabilità ancora più profonda nel Medio Oriente.

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