Due carabinieri fermati a Ramallah e minacciati con arma automatica: Tajani convoca l’ambasciatore di Israele alla Farnesina
I militari, in servizio presso il Consolato d’Italia a Gerusalemme, fermati nei pressi di Ramallah e minacciati con un’arma automatica: Roma protesta e chiede chiarimenti.
Un episodio definito “grave” dal governo italiano ha provocato un’immediata reazione diplomatica tra Roma e Tel Aviv. Due carabinieri in servizio presso il Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme sono stati fermati nei pressi di Ramallah, in territorio palestinese, e minacciati con un’arma automatica da un individuo “riconducibile all’ambiente dei coloni”.
La vicenda, avvenuta mentre i militari erano impegnati in attività istituzionali, ha spinto il Ministro degli Esteri Antonio Tajani a disporre la convocazione dell’ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, presso la Farnesina.
Una scelta che segnala la volontà dell’Italia di trasformare l’accaduto da semplice incidente operativo a questione politica e di sicurezza, soprattutto per il contesto in cui si è verificato: la Cisgiordania, area attraversata da un’escalation di tensioni e da una crescente preoccupazione internazionale per le azioni di gruppi di coloni violenti.
La convocazione alla Farnesina: “forte disappunto e dura protesta”
Secondo quanto riferito nel comunicato ufficiale della Farnesina, l’ambasciatore israeliano è stato convocato nel pomeriggio “su decisione del Ministro degli Esteri Antonio Tajani”. Durante l’incontro, al rappresentante diplomatico è stato espresso “il forte disappunto e la dura protesta dell’Italia” per quanto accaduto.
Roma ha ribadito che l’episodio è “di particolare gravità”, non soltanto per l’uso della minaccia armata, ma anche per il ruolo dei carabinieri coinvolti e per il contesto operativo in cui si trovavano. In altre parole: non si tratta di civili italiani in viaggio, ma di personale in servizio, impegnato in attività ufficiali e in un’area ad alto rischio.
Cosa è successo a Ramallah: carabinieri fermati e minacciati
Il punto più delicato del comunicato è la ricostruzione del fermo: i due carabinieri sarebbero stati bloccati “ad opera di un individuo riconducibile all’ambiente dei coloni” che li avrebbe minacciati con un’arma automatica.
I militari si trovavano in territorio palestinese, nei pressi di Ramallah, e stavano svolgendo attività istituzionali. Il riferimento ai “coloni” colloca l’episodio nel quadro più ampio delle tensioni in Cisgiordania, dove la presenza di insediamenti israeliani e l’attività di gruppi radicali rappresentano da tempo un fattore di instabilità e di scontro con la popolazione palestinese.
Il fatto che l’episodio abbia coinvolto rappresentanti delle forze dell’ordine italiane rende la questione particolarmente sensibile: per Roma non è soltanto una questione di cronaca, ma un tema di tutela del personale italiano all’estero e di rispetto delle attività diplomatiche e consolari.
La preoccupazione dell’Italia sui coloni violenti in Cisgiordania
La convocazione dell’ambasciatore Peled è stata anche l’occasione per reiterare una posizione già espressa più volte dal Ministro Tajani: la preoccupazione del Governo italiano per i “comportamenti dei coloni violenti in Cisgiordania”.
Il comunicato sottolinea che questa linea è coerente con quanto Tajani ha ricordato “al suo omologo israeliano in occasione di numerosi colloqui”. Il messaggio è chiaro: Roma considera la questione dei coloni violenti non un elemento marginale, ma un fattore che può compromettere ulteriormente la stabilità della regione e aggravare le condizioni di sicurezza per operatori internazionali e personale diplomatico.
La risposta israeliana: “rincrescimento” e promessa di indagini
Durante l’incontro alla Farnesina, l’ambasciatore israeliano Jonathan Peled ha espresso “rincrescimento per l’incidente” e ha indicato che il suo governo “provvederà a effettuare le opportune indagini su quanto accaduto”.
Una risposta che, sul piano formale, mira a ridurre la tensione e a evitare una rottura diplomatica. Tuttavia, la scelta italiana di convocare l’ambasciatore evidenzia che Roma considera insufficiente una gestione puramente tecnica: per il governo italiano la priorità è ottenere chiarimenti rapidi e garanzie concrete affinché episodi simili non si ripetano.
Un segnale politico in un contesto già esplosivo
L’episodio arriva in un momento in cui la regione vive una fase di alta tensione e in cui ogni incidente sul campo rischia di trasformarsi in una miccia diplomatica. Il fermo dei carabinieri a Ramallah tocca infatti tre piani contemporaneamente:
- sicurezza del personale italiano in aree di crisi
- rapporti bilaterali Italia-Israele, da gestire con equilibrio ma anche fermezza
- questione Cisgiordania, dove la violenza dei coloni è tema di crescente attenzione internazionale
La convocazione dell’ambasciatore non è un gesto automatico: è un atto politico che segnala una soglia superata. L’Italia, attraverso la Farnesina, ha voluto marcare il punto: il personale in servizio, in missione istituzionale, deve poter operare senza subire intimidazioni armate.
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