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Board of Peace, Trump firma a Davos il Consiglio per Gaza: adesioni globali e gelo dell’Europa

Board of Peace di Trump, tra diplomazia globale e tensioni con l’Europa

A margine del World Economic Forum di Davos, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato lo Statuto del nuovo Board of Peace, l’organismo internazionale da lui ideato per supervisionare il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e proporsi come piattaforma globale di risoluzione dei conflitti. Sul palco della Congress Hall, Trump ha invitato i rappresentanti dei primi venti Paesi aderenti, definendo la giornata “emozionante” e sottolineando come “tutti vogliano farne parte”. Il Consiglio, ha assicurato, lavorerà in coordinamento con “molti altri, tra cui le Nazioni Unite”, pur rivendicando una maggiore efficacia rispetto ai meccanismi multilaterali tradizionali.

Un’Onu parallela sotto guida americana

Nel suo discorso, il tycoon ha presentato il Board of Peace come uno strumento pragmatico, nato – a suo dire – dalle difficoltà dell’hawk di Turtle Bay nel prevenire e risolvere i conflitti. La nuova architettura, che alcuni osservatori hanno già ribattezzato “l’Onu privata di Trump”, si propone di agire rapidamente su dossier caldi come Gaza, l’Ucraina e le tensioni in Medio Oriente, con una governance fortemente incentrata sulla leadership statunitense.

I Paesi aderenti e l’assenza dell’Unione Europea

Secondo le liste diffuse dai media americani, hanno aderito al Board Albania, Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrain, Bielorussia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Indonesia, Kazakistan, Kosovo, Marocco, Pakistan, Qatar, Turchia, Ungheria, Uzbekistan e Vietnam. Colpisce l’assenza della quasi totalità dei Paesi dell’Unione europea, dall’Italia alla Germania fino alla Francia, così come quella di Norvegia e Regno Unito. Una scelta che evidenzia la prudenza europea di fronte a un’iniziativa percepita come politicamente rischiosa e istituzionalmente ambigua.

Le frizioni con Parigi e lo strappo di Macron

Il primo leader europeo a sfilarsi pubblicamente è stato il presidente francese Emmanuel Macron, suscitando l’irritazione di Trump. La decisione di Parigi ha alimentato il dibattito sull’opportunità di comparire o meno nella lista dei membri: per alcuni un’opportunità di influenza, per altri un potenziale boomerang diplomatico.

Meloni frena: i dubbi costituzionali dell’Italia

Anche l’Italia ha scelto la cautela. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha spiegato che, allo stato attuale, esiste una “momentanea incompatibilità costituzionale con lo status del board”, precisando tuttavia che Roma resta “aperta e interessata” a valutare sviluppi futuri. Una posizione che riflette l’equilibrio tra l’alleanza atlantica e il rispetto dei vincoli giuridici interni.

Putin accetta, Israele aderisce: il fronte extra-Ue

Sul versante opposto, il presidente russo Vladimir Putin ha già accettato l’invito di Trump, aprendo alla possibilità di contribuire al Board con fondi provenienti dai beni russi congelati. Anche Israele ha annunciato l’adesione, rafforzando il profilo mediorientale dell’organismo, mentre continuano le tensioni con Hamas e il confronto sulle sanzioni statunitensi contro organizzazioni palestinesi accusate di legami con l’ala militare del movimento.

Tra adesioni e diffidenze, il futuro del Consiglio

Ad oggi i leader invitati sarebbero 52, un numero destinato ad aumentare. Tuttavia, alla crescita delle adesioni corrisponde un aumento della circospezione internazionale. Il Board of Peace si presenta come un esperimento senza precedenti: ambizioso, fortemente personalizzato sulla figura di Trump e capace di ridisegnare – o destabilizzare – gli equilibri della diplomazia globale. Resta da capire se il nuovo Consiglio riuscirà a tradurre le promesse in risultati concreti o se finirà per accentuare le divisioni già profonde tra gli alleati occidentali.

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