Board of Peace per Gaza, Trump invita Putin e convoca i leader a Davos: Israele chiude Rafah e Netanyahu avverte l’Iran
Board of Peace per Gaza, Trump invita Putin a Davos tra tensioni con Israele, Francia e Iran
Il progetto del “Board of Peace” per Gaza, fortemente voluto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, entra in una fase cruciale e al tempo stesso altamente controversa. Secondo quanto emerso nelle ultime ore, la Casa Bianca avrebbe convocato i capi di Stato e di governo invitati a far parte del Consiglio per la firma dello Statuto giovedì a Davos, a margine del World Economic Forum. Un passaggio che segna la prima convocazione ufficiale di un organismo pensato inizialmente per la ricostruzione di Gaza, ma destinato, nelle intenzioni di Trump, ad assumere un ruolo molto più ampio nella gestione dei conflitti globali.
L’invito a Putin e il peso geopolitico della Russia
A catalizzare l’attenzione internazionale è soprattutto l’invito rivolto al presidente russo Vladimir Putin. A confermarlo è stato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, spiegando che Mosca sta valutando la proposta attraverso i canali diplomatici. Lo stesso Trump ha poi confermato l’iniziativa parlando con i giornalisti prima di salire sull’Air Force One diretto in Svizzera. L’eventuale ingresso della Russia nel Board of Peace rappresenterebbe un segnale politico di enorme portata, soprattutto alla luce delle tensioni internazionali ancora aperte e del tentativo di Washington di coinvolgere attori globali anche antagonisti in un nuovo formato multilaterale.
Israele frena: Rafah resta chiuso e cresce lo scontro con Washington
Sul fronte mediorientale, il progetto americano incontra la forte resistenza di Israele. Un gruppo di ministri del governo guidato da Benjamin Netanyahu avrebbe deciso di non riaprire il valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, nonostante le pressioni statunitensi. La scelta si inserisce nel rifiuto israeliano dell’inclusione di alti funzionari di Turchia e Qatar nel Consiglio di Pace, considerata incompatibile con la linea politica e di sicurezza dello Stato ebraico. Secondo l’esercito israeliano, la riapertura del valico potrà avvenire solo dopo il disarmo di Hamas e la restituzione del corpo dell’ultimo ostaggio israeliano ancora trattenuto nella Striscia.
L’avvertimento di Netanyahu all’Iran
Nel clima di crescente tensione regionale, Netanyahu ha lanciato un duro monito a Iran. Intervenendo alla Knesset, il premier israeliano ha dichiarato che Israele risponderà con forza a qualsiasi attacco diretto da parte di Teheran, avvertendo che, se l’Iran “commetterà un errore”, la reazione israeliana sarà di un’intensità “che l’Iran non ha ancora conosciuto”. Parole che confermano quanto il dossier iraniano resti strettamente intrecciato agli equilibri di Gaza e alle nuove architetture diplomatiche proposte dagli Stati Uniti.
Il no della Francia e lo scontro verbale Trump-Macron
Non meno significativa è la posizione della Francia. L’Eliseo ha confermato che Emmanuel Macron non intende aderire, almeno in questa fase, al Board of Peace. Parigi ritiene che lo Statuto dell’organismo superi il perimetro di Gaza e sollevi interrogativi sul rispetto dei principi e della struttura delle Nazioni Unite. Trump ha reagito duramente alla decisione francese, liquidando l’assenza di Macron come irrilevante e arrivando a minacciare, in tono polemico, l’imposizione di dazi del 200% su vini e champagne francesi, sostenendo che il presidente transalpino sarebbe politicamente in uscita di scena.
Un Board ambizioso tra adesioni, dubbi e accuse di egemonia
Secondo indiscrezioni, l’invito al Board of Peace sarebbe stato esteso a circa 60 Paesi, tra cui alleati stretti di Trump come Javier Milei e Viktor Orbán, oltre a numerosi leader europei e mediorientali. L’Italia, con la premier Giorgia Meloni, avrebbe ricevuto l’invito e mantiene per ora una posizione prudente. Accanto ai capi di governo, il Consiglio dovrebbe includere figure chiave dell’amministrazione americana e della finanza globale. Tuttavia, a suscitare forti perplessità è la richiesta di un contributo fino a un miliardo di dollari per garantirsi un seggio permanente e la previsione di una presidenza a vita affidata allo stesso Trump, elementi che alimentano il sospetto di una sorta di “Onu parallela” a guida statunitense.
Davos come banco di prova per il futuro della diplomazia globale
La cerimonia prevista a Davos potrebbe rappresentare un punto di svolta o, al contrario, l’inizio di una profonda frattura diplomatica. Mentre Trump accelera per imprimere il suo marchio su un nuovo ordine di pace internazionale, crescono le resistenze di governi che temono uno svuotamento dei meccanismi multilaterali tradizionali. Gaza resta il cuore simbolico dell’iniziativa, ma il Board of Peace appare sempre più come uno strumento destinato a ridefinire gli equilibri globali, tra ambizioni personali, rivalità geopolitiche e un Medio Oriente ancora lontano dalla stabilità.
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