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Accordo Ue-Mercosur verso la firma: vino e industria festeggiano, agricoltori in rivolta tra timori di dumping e allarme deforestazione

Accordo Ue-Mercosur verso la firma del 17 gennaio: tra vantaggi per l’export europeo e timori di dumping su carne e pollame, esplodono le proteste degli agricoltori e tornano i dubbi su ambiente e deforestazione.

Accordo Ue-Mercosur verso la firma: vino e industria festeggiano, agricoltori in rivolta tra timori di dumping e allarme deforestazione

L’accordo di libero scambio tra Unione europea e Mercosur ha compiuto il salto decisivo con l’ok a maggioranza qualificata degli Stati membri, aprendo la strada alla firma formale in Paraguay il 17 gennaio 2026, come annunciato dal ministro degli Esteri argentino Pablo Quirno. In Europa la spaccatura è rimasta evidente: Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda hanno votato contro, mentre il Belgio si è astenuto, ma i numeri sono bastati a sbloccare un dossier negoziato per decenni e trasformato, nell’ultima fase, in una partita insieme economica e geopolitica.

La “più grande area di libero scambio” e la posta industriale

Sul tavolo c’è la creazione di un mercato integrato enorme per popolazione e capacità di consumo, con l’obiettivo dichiarato di ridurre barriere e costi doganali e di rendere più competitivo l’export europeo nei Paesi sudamericani. L’architettura dell’intesa punta in modo esplicito su alcuni comparti manifatturieri e ad alto valore aggiunto: auto, macchinari, tecnologie, bevande e alimentari trasformati, settori per i quali i dazi oggi possono essere elevati e penalizzanti. In altre parole, Bruxelles scommette sull’effetto “apri-mercato” per l’industria europea, mentre chiede al mondo agricolo di reggere l’urto con correttivi e clausole di salvaguardia.

L’altra faccia dell’accordo: più import di carne, pollame e zucchero

Il cuore dello scontro è qui: la riduzione dei dazi europei faciliterà l’ingresso di prodotti agricoli del Mercosur, soprattutto carne bovina, pollame, zucchero e altre materie prime strategiche come soia e riso. Per la Commissione, l’impatto sarebbe “controllato” perché legato a contingenti tariffari con un tetto massimo: 99.000 tonnellate per la carne bovina, 180.000 tonnellate per il pollame, 190.000 tonnellate per lo zucchero. Tuttavia, nelle campagne europee il ragionamento è opposto: anche quote relativamente piccole possono spostare i prezzi, soprattutto se concentrate sui segmenti più remunerativi, e se la concorrenza arriva da filiere con standard percepiti come meno stringenti.

Il nodo dei “tagli nobili”: il timore di un effetto domino sui prezzi

Tra gli allevatori bovini la preoccupazione non riguarda solo il volume complessivo, ma la qualità e la composizione dell’import: il rischio evocato è che le 99.000 tonnellate a dazio ridotto si indirizzino sui tagli premium, quelli che tengono in piedi i margini delle aziende europee. In questo scenario, la perdita di valore non sarebbe limitata alla quota importata, ma potrebbe propagarsi lungo la filiera deprimendo le quotazioni interne. È la ragione per cui, in Francia e Germania, le organizzazioni agricole descrivono l’accordo come un potenziale “colpo di grazia” per comparti già sotto pressione tra costi energetici, vincoli ambientali e volatilità dei mercati.

Le clausole di salvaguardia e la soglia abbassata al 5%

Per disinnescare la rivolta agricola, Bruxelles ha messo sul tavolo un impianto di salvaguardia definito “rafforzato”, con un meccanismo di intervento in caso di shock: se le importazioni dei prodotti considerati sensibili aumentassero rapidamente o se i prezzi scendessero in modo significativo, la Commissione potrebbe attivare indagini e misure correttive. In questo quadro, il passaggio politicamente più rilevante è stato l’abbassamento della soglia che fa scattare l’allerta: dall’8% al 5%, un aggiustamento chiesto con forza da più governi e rivendicato in particolare dall’Italia come condizione di tutela. I sindacati agricoli, però, restano scettici: il timore è che lo strumento sia lento, burocratico e quindi incapace di intervenire nel momento in cui i prezzi crollano davvero.

Vino e indicazioni geografiche: l’industria del gusto vede la svolta

Se carne e pollame temono l’invasione, nel vitivinicolo l’accordo viene letto come una boccata d’ossigeno. Per molte aziende europee, in particolare francesi e italiane, l’America Latina è un mercato che può aiutare a diversificare in una fase in cui l’export è esposto a tensioni commerciali e a un cambiamento delle abitudini di consumo. L’intesa prevede l’abbattimento dei dazi per il vino nei Paesi del Mercosur, dove oggi le tariffe possono essere molto elevate, e include anche capitoli di tutela sulle denominazioni, un punto chiave per contrastare imitazioni e usi impropri dei nomi europei.

Le opportunità per altri prodotti europei e la sfida della classe media sudamericana

Bruxelles insiste sul potenziale per vari comparti agroalimentari europei ad alto valore: formaggi, cioccolato, malto, latte in polvere e trasformati che, con dazi più bassi e procedure più semplici, potrebbero trovare più spazio in una domanda in crescita, legata all’espansione della classe media in diversi Paesi sudamericani. La Spagna, tra i sostenitori dell’intesa, mette in vetrina anche olio d’oliva e vino come settori in grado di guadagnare terreno. La contraddizione è, però, evidente: gli stessi Paesi che vedono opportunità nell’export registrano in casa proteste e timori per l’impatto sulle filiere zootecniche.

L’Italia tra sì pragmatico e fratture politiche

Il voto italiano, considerato determinante nella costruzione della maggioranza, racconta un equilibrio delicato: da un lato la spinta industriale e l’interesse a un mercato più accessibile per molte imprese esportatrici, dall’altro la necessità di non scaricare i costi sull’agricoltura, storicamente molto sensibile sul tema della reciprocità di regole. Il governo ha puntato su tre elementi: il rafforzamento delle salvaguardie, la soglia al 5% e l’attenzione ai controlli alle frontiere Ue, ma nel dibattito nazionale restano linee divergenti tra chi considera l’accordo una scelta strategica e chi teme che la competizione sui costi finisca per comprimere redditi agricoli e qualità percepita del Made in Italy.

Trattori in strada: dalle capitali europee a Milano, la protesta diventa simbolo

La reazione delle campagne è stata immediata e scenografica: presìdi e blocchi in vari Paesi, con i trattori tornati a occupare strade e snodi logistici. A Milano la protesta si è concentrata in zona Stazione Centrale e davanti alla sede del Consiglio regionale, con balle di fieno scaricate come gesto dimostrativo contro un’intesa accusata di “favorire la speculazione” e indebolire la sovranità alimentare. In Spagna i blocchi e le interruzioni lungo le principali arterie hanno mostrato che il tema non è solo francese: riguarda l’intero modello agricolo europeo, stretto tra transizione ecologica, costi di produzione e concorrenza globale.

Ambiente e deforestazione: l’accordo nel momento più fragile delle regole europee

Accanto alla partita agricola, cresce il fronte ambientale. Il timing politico è considerato esplosivo perché l’Europa sta contemporaneamente rivedendo e rinviando l’applicazione del Regolamento contro la deforestazione (EUDR): a dicembre 2025 il Parlamento europeo ha approvato un rinvio di un anno, fissando nuove scadenze che spostano l’entrata in applicazione al 30 dicembre 2026 per gli operatori più grandi e al 30 giugno 2027 per micro e piccole imprese. Nello stesso periodo, in Brasile, l’associazione industriale Abiove ha comunicato l’uscita di importanti trader dalla moratoria sulla soia legata alla deforestazione amazzonica, un segnale che per ONG e analisti aumenta il rischio di pressioni sugli ecosistemi proprio mentre l’Ue discute un accordo che potrebbe incentivare flussi di materie prime.

Cosa succede adesso: firma, applicazione provvisoria e voto dell’Europarlamento

Il calendario prevede la firma formale il 17 gennaio 2026 in Paraguay, passaggio che per Bruxelles ha un valore politico oltre che commerciale. Ma non è l’ultimo atto: l’accordo dovrà passare dal Parlamento europeo, dove i rapporti di forza non sono scontati e dove potrebbero pesare sia la pressione degli agricoltori sia l’argomento ambientale, in una fase in cui l’Ue è chiamata a dimostrare coerenza tra liberalizzazione degli scambi e obiettivi climatici. Nel frattempo, la battaglia vera si gioca su un punto: se i controlli, la reciprocità degli standard e le salvaguardie saranno strumenti rapidi e verificabili, o resteranno promesse difficili da far valere quando il mercato si muove più veloce della politica.

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