Perugia, 30 persone indagate per aver costituito una società a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti

Erano riusciti ad eludere i controllo sia nel territorio nazionale che all'estero attraverso delle etichette false

Perugia, 30 persone indagate per aver costituito una società a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti.

Nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Bologna, i Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Perugia hanno notificato un avviso di conclusione delle indagini preliminari emesso nei confronti di 30 persone e 14 società ritenute responsabili a vario titolo di aver costituito un’associazione a delinquere finalizzata ad attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, principalmente attraverso false dichiarazioni, certificazioni e fatturazioni.
Il provvedimento scaturisce da un filone di un’indagine intrapresa, a partire dal 2017, nei confronti di una società con sede a Gualdo Tadino (PG) e relativa ad un traffico illecito di RAEE (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), derivanti in particolare da pannelli solari; l’indagine aveva già portato all’emissione di 7 provvedimenti di custodia cautelare nel 2020, dopodiché erano stati avviati gli accertamenti per i reati commessi in Emilia Romagna.
Gli approfondimenti compiuti nel tempo hanno permesso ai militari dell’Arma di appurare che i pannelli fotovoltaici presenti presso l’azienda di Gualdo Tadino erano, in realtà, rifiuti speciali fraudolentemente spacciati come apparecchiature elettriche ed elettroniche vetuste, grazie all’opera svolta dagli appartenenti al gruppo criminale, secondo il ruolo da ciascuno rivestito nell’organizzazione.
L’ordinamento legislativo nazionale prevede infatti che il pannello fotovoltaico a fine vita non debba essere più riutilizzato ma demolito attraverso un ciclo che consenta il recupero di materia. Per sostenere tale circuito virtuoso, il Gestore dei Servizi Energetici (G.S.E.), la S.p.A. a capitale pubblico che controlla anche il pagamento degli incentivi riconosciuti dallo Stato, ha adottato appositi regolamenti che, proprio per scongiurare l’alimentazione di un mercato illegale di pannelli fotovoltaici dismessi, hanno introdotto un meccanismo per cui ad ogni pannello dismesso e dichiarato distrutto, con contestuale recupero di materia, consegue il riconoscimento di un incentivo per l’acquisto di uno nuovo.
Le investigazioni eseguite dai Carabinieri sono risultate determinanti per accertare l’esistenza di un’associazione per delinquere finalizzata all’attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti, anche transnazionale, all’auto-riciclaggio, alla falsificazione materiale e ideologica di documentazione. I sodalizi, per altro assai agguerriti nel reperimento dei pannelli fotovoltaici dismessi, sono risultati operativi dal Nord al Sud del territorio nazionale, isole comprese, avendo però come organizzatori, promotori e attori principali anche figure presenti nella provincia di Parma. Con grande disinvoltura, gli indagati ritiravano partite di pannelli fotovoltaici dismessi, dichiarati come rifiuti per il solo tempo necessario a coprire il tragitto tra il luogo in cui venivano prelevati e l’impianto di trattamento; una volta ricevuti i manufatti dagli stabilimenti, le aziende producevano delle dichiarazioni false che attestavano la loro distruzione ed il contestuale recupero di materia (metalli vari, silicio, vetro, plastiche nobili e altre materie riutilizzabili), consegnando tale documentazione ai produttori originari del rifiuto che, del tutto ignari di ciò che accadeva una volta dismessi i vecchi pannelli, potevano “chiudere il cerchio” riscuotendo il relativo incentivo dal G.S.E.
Per contro, l’escamotage scoperto dai militari del N.O.E. prevedeva la redazione, da parte di altri associati, di false certificazioni attestanti che i pannelli, nel frattempo muniti di etichette false appositamente create, fossero apparecchiature elettriche ed elettroniche tecnologicamente sorpassate ma regolarmente funzionanti, consentendo a quelli che di fatto erano rifiuti di aggirare il rigido sistema di controllo sia a livello nazionale che, attraverso il circuito doganale, sui canali esteri.
Questo astuto sistema assicurava agli appartenenti all’organizzazione un triplice guadagno, costituito da: le cospicue somme per il ritiro dei rifiuti dai produttori, la successiva elusione dei costi che avrebbero dovuto normalmente sostenere per il loro trattamento, la rivendita finale dei pannelli fotovoltaici come apparecchiature elettriche usate ai Paesi in via di sviluppo, percependone il corrispettivo piuttosto che i costi di smaltimento del rifiuto.
Alcuni degli indagati sono infine accusati di aver impiegato, nelle rispettive attività imprenditoriali, gli ingenti profitti derivanti dall’illecita attività organizzata.

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