Catania, sequestrati 2 milioni e mezzo di euro a membri del clan Cappello

Uno era già in prigione, l'altro è sorvegliato speciale

Catania, sequestrati 2 milioni e mezzo di euro a membri del clan Cappello.

In data odierna, a Catania, è stata data esecuzione alla misura di prevenzione patrimoniale del sequestro di beni ai fini della confisca, ai sensi del Codice Antimafia, emesso dal Tribunale di Catania – Sezione Misure di Prevenzione, a carico di due soggetti socialmente pericolosi,  entrambi esponenti di spicco, con ruoli apicali, della consorteria mafiosa “Cappello”, legati da diretti rapporti di parentela con il capostipite dello stesso clan.
Nello specifico, il citato provvedimento di sequestro ai fini della confisca ha riguardato:
  • 5 immobili ubicati in questo capoluogo, tra cui una lussuosa villa in località Ippocampo di Mare; un maneggio abusivo;
  • 7 rapporti finanziari intestati ai proposti, ai loro conviventi e terzi interessati e
  • 2 imprese individuali commerciali, di cui una nel settore della torrefazione e nel commercio del caffè ed una attiva nel settore del commercio dei fiori, esercitata con stazionamento permanente nell’area antistante il cimitero monumentale di Catania, quest’ultima storicamente gestita da una famiglia notoriamente legata ad ambienti criminali. 
La “pericolosità sociale” dei proposti è stata ricavata dai loro innumerevoli precedenti di polizia e dalle condanne definitive anche per associazione mafiosa.

 

Le due persone oggetto dei sequestri 

Uno dei due, già sorvegliato speciale, vanta condanne definitive per associazione mafiosa, ed è elemento ai vertici del clan “Cappello”, capeggiato da uno storico boss mafioso ergastolano, al quale risulta legato da stretti rapporti di parentela, essendone il cugino.
L’altro risulta essere detenuto dal gennaio 2017 quando, nell’ambito dell’operazione “Penelope”, veniva arrestato dalla Squadra Mobile di Catania in esecuzione di misura custodiale eseguita a carico di 31 soggetti, tutti ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione per delinquere di stampo mafioso (clan Cappello – Bonaccorsi), con l’aggravante di essere l’associazione armata, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e spaccio delle medesime, estorsione, esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone e intestazione fittizia di beni.
Lo stato di detenzione del predetto ha consentito negli ultimi anni a suo figlio di accrescere ulteriormente il suo prestigio in seno all’organizzazione mafiosa Cappello, rappresentando un autorevole punto di riferimento, soprattutto per gli associati liberi appartenenti ad un gruppo criminale al quale è storicamente legato.
Infatti, nel febbraio 2021, veniva raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere denominata “Operazione Minecraft”, emessa dal G.I.P del Tribunale di Catania a carico di 16 soggetti, tutti ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso con l’aggravante di essere l’associazione armata, associazione finalizzata al traffico ed allo spaccio di sostanze stupefacenti, con l’aggravante di cui all’art.416 bis 1 del Codice Penale, per avere favorito l’associazione mafiosa denominata Cappello-Bonaccorsi.

 

Una condanna a 20 anni 

In merito alla predetta “Operazione Minecraft”,inoltre, il soggetto in questione, nel mese di settembre di quest’anno, veniva condannato alla pena della reclusione di anni 20; condanna che segue di qualche mese quella che nel mese di giugno lo aveva già raggiunto in relazione all’Operazione Centauri, per il quale era già stato condannato alla pena della reclusione ad anni 15, mesi 9 e giorni 10. Tale ultimo procedimento c.d. “Centauri” era scaturito da un contrasto sorto tra esponenti delle consorterie mafiose catanesi dei Cursoti e dei Cappello, culminato nell’agosto 2020 con l’omicidio a Librino di due Cappelloti e con il ferimento di diversi altri associati.  

 

Il processo investigativo

Le indagini e gli accertamenti patrimoniali condotti dagli investigatori “patrimonialisti” della Divisione Anticrimine e della Squadra Mobile, coordinate nel loro articolato sviluppo dalla Procura della Repubblica, oltre ad avere delineato un solido quadro probatorio ed evidenziato l’attuale e qualificata pericolosità sociale dei due proposti, hanno consentito di verificare le loro posizioni economiche,  permettendo di individuare anche cespiti patrimoniali e attività commerciali oggetto di intestazione fittizia, acquisiti attraverso il reimpiego di danaro proveniente dalle loro attività illecite. 
La complessa attività di indagine, infatti, ha consentito di sequestrare per la prima volta un’impresa di fiori operante nell’area antistante il cimitero di Catania e ha permesso di riscontrare le infiltrazioni della criminalità organizzata catanese nel commercio di tale settore, evidenziando l’interesse del sodalizio a mantenere il controllo di determinate attività commerciali, acquisendo autorizzazioni e concessioni amministrative intestate anche a terzi. 

Il meccanismo finanziario

L’analisi dei flussi finanziari entrate-uscite dei soggetti interessati, sviluppata anno per anno per più di un decennio, attraverso le Banche dati in uso alle FF.PP., ha evidenziato una forte sperequazione tra i redditi dei proposti e dei loro nuclei familiari ed i beni, fittiziamente intestati a congiunti e terzi, comunque nella disponibilità dei destinatari del provvedimento che, pertanto, in assenza di adeguate entrate lecite, sono stati ritenuti frutto e reimpiego dei proventi delle attività illecite commesse dagli interessati in seno al clan mafioso di appartenenza, in un arco temporale di accertata pericolosità sociale di oltre un decennio. 

 

Il valore del sequestro 

Il Tribunale – Misure di Prevenzione – recependo la proposta congiunta del Procuratore della Repubblica e del Questore di Catania, ha ritenuto che i proposti, in quanto soggetti “socialmente pericolosi”, abbiano ricavato vantaggi economici dai traffici illeciti cui i predetti erano dediti e che i beni acquisiti, viziati da un’apprensione illecita genetica, siano stati sottratti al circuito dell’economia legale. 
Il valore dei beni sequestrati è stimato in 2 milioni e mezzo di euro.

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