Omicidio durante una rapina a Bari nel 2002, arresto dopo 23 anni: svolta nelle indagini
Bari, omicidio del 2002 durante una rapina: custodia cautelare dopo 23 anni grazie a nuove prove
I Carabinieri del Comando Provinciale di Bari hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un uomo ritenuto gravemente indiziato di omicidio in concorso. Il provvedimento è stato emesso dal Gip del Tribunale di Bari su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia. L’accusa contesta un omicidio aggravato dai motivi abietti, dalle condizioni di minorata difesa della vittima e dal fine di eseguire una rapina a mano armata, un delitto rimasto irrisolto per oltre due decenni.
Un’indagine complessa coordinata dalla Dda
Le indagini, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia e sviluppate dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Bari, hanno seguito un percorso investigativo articolato e meticoloso. Attraverso intercettazioni, servizi mirati di osservazione, accertamenti scientifici e il contributo di alcuni collaboratori di giustizia, gli investigatori sono riusciti a ricostruire la dinamica dell’omicidio e a raccogliere gravi indizi di colpevolezza a carico dell’arrestato, soggetto già pregiudicato per reati contro la persona.
La ricostruzione dell’omicidio del 40enne brindisino
La vittima, un uomo di 40 anni originario di Brindisi, fu uccisa nella notte del 4 maggio 2002. Secondo l’impostazione accusatoria accolta dal Gip, i tre indagati – uno dei quali nel frattempo deceduto e un altro divenuto collaboratore di giustizia – agirono seguendo un modus operandi collaudato, pianificando una rapina a mano armata ai danni di clienti di prestazioni sessuali a pagamento nella zona dello stadio San Nicola di Bari.
La trappola e l’agguato armato
Uno degli indagati avrebbe indotto la vittima ad appartarsi in una zona isolata e priva di illuminazione pubblica, creando le condizioni ideali per l’intervento dei due complici. Questi ultimi si avvicinarono all’autovettura con l’intento di commettere la rapina, ma vennero notati dalla vittima che tentò di scendere dal mezzo per fuggire. In quel frangente, l’odierno arrestato esplose almeno quattro colpi di arma da fuoco, colpendo mortalmente il 40enne con una pistola calibro 9×21, regolarmente detenuta da uno dei complici.
Le fasi successive al delitto e il tentativo di depistaggio
Dopo l’azione, gli indagati perquisirono l’autovettura della vittima, spostando i capi di abbigliamento alla ricerca di denaro e oggetti di valore. Successivamente spostarono il veicolo di alcune centinaia di metri per renderlo meno visibile e lo abbandonarono, lasciando, però, impronte digitali e palmari che si sarebbero rivelate decisive. A distanza di circa venti giorni dall’omicidio, nel tentativo di cancellare ogni traccia, incendiarono l’auto utilizzata per la rapina.
Le prove decisive e il ruolo del collaboratore di giustizia
A consentire la completa ricostruzione della fase omicidiaria sono stati soprattutto i contributi forniti da uno dei partecipanti all’azione delittuosa, successivamente divenuto collaboratore di giustizia, e le risultanze degli accertamenti scientifici dattiloscopici. Le impronte rilevate sul veicolo della vittima hanno infatti permesso di consolidare il quadro indiziario e di riaprire definitivamente un caso rimasto per anni senza responsabili.
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