Sol LeWitt in mostra allo Studio Giangaleazzo Visconti di Milano

Possiamo definire Sol LeWitt il precursore e l’ideatore del concettalismo, testimoniando questa definizione lo stesso “Paragraphs on Conceptual Art”, stilato dall’artista nel 1967 dopo un’esposizione al Jewish Museum di New York e in cui potrà affermare convintamente il proprio pensiero estetico, secondo cui compito dell’autore consiste nel formulare il progetto, mentre la mera esecuzione dell’opera risulta essere una fase secondaria, delegabile ad altri.

Lo Studio Giangaleazzo Visconti di Milano ospiterà fino al 25 Novembre una personale all’artista americano in un percorso espositivo fatto da 35 opere, gouache, disegni, acquerelli, realizzate su carta e proposte di progetti per la realizzazione di alcuni tra i più celebri Wall Drawing, i murales, espressione più elevata nella produzione artistica di LeWitt.

La mostra, come sottolinea nello stesso catalogo Gianluca Ranzi, vede una presentazione al pubblico delle due espressioni più rilevanti  dell’artista, il disegno e i Wall Drawing, in cui si registra una produzione che risalta fondamentalmente il pensiero e l’idea del progetto come elemento precostituito di ogni forma estetico compositiva, utile se viene rilevato dalla rappresentazione del’opera. Molti murales di LeWitt vedono a fianco dell’opera realizzata il progetto nella propria linearità, in modo da comunicare allo spettatore il tracciato ideale del pensero che ha rilevato l’opera stessa. LeWitt arriverà addirittura a delegare ad altri l’esecuzione dell’opera, tanto da sottolineare la rilevanza per l’artista del progetto rispetto alla composizione dell’opera, in una funzione prettamente minimalista del suo procedere, figure geometriche, soprattutto il cubo, considerata forma ideale per aprire nuovi scenari prospettici concettuali, che si evidenziano e si propongono nella loro essenzialità concettuale: interessante è il riferimento alla musica, per meglio comprendere il pensiero artistico di LeWitt, in cui le note e il loro interagire, il concetto ideale, sono elementi oscuri in modo superficiale all’uditore, mentre ciò che si rivela immediatamente è la pura esecuzione sinfonica, affidata ai musicisti.

LeWit nasce ad Hartford nel Connecticut nel 1928 da una famiglia di ebrei russi, diplomandosi in arte alla Syracuse University. Diverse saranno le attività condotte da LeWitt, prima come grafico presso lo studio newyorkese dell’architetto sino americano I.M.Pei, dopo essersi formato presso una nota scuola per illustratori, in seguito come illustratore nell’editoria e, infine, insegnante in celebri istituti d’arte newyorkesi, diventando collaboratore presso il MOMA di New York. Diverse sono le fasi di produzione che suddividono la vita artistica di LeWitt: da illustratore su supporti cartacei alla realizzazione di progetti per i Wall Drawings, fino a giungere alle Strutture Modulari e alle Forme Complesse, espressioni, queste ultime, del vincolo esistente tra figura e forme tridimensionali.

La mostra vede l’esposizione di opere che ripercorrono l’intera produzione di LeWitt, dalle opere che vedono la moltiplicazione di un cubo di base, Cube Without a Cube, 1982, considerato “forma non aggressiva”, e di un rettangolo, Folded Paper, 1971, elementi che aiutano a comprendere in modo dettagliatele griglie modulari e le sculture dell’artista. Nella mostra non mancheranno i lavori in cui figure geometriche e colori proposti in tonalità astratte ci riconducono a un Piero della Francesca, Geometric Figure, 1997, completando con gli interventi, cromie e linee che si aggrovigliano e si incontrano, realizzati per l’Ambasciata Americana alla Porta di Brandeburgo a Berlino o per la Metropolitana di Napoli. Sol LeWitt affronterà una produzione artistica durata per diversi decenni, coprendo un oeriodo molto lungo e ricco di cultre artistiche: in modo particolare la mostra presenterà opere che vanno dal 1968 al 2007, anno della sua scomparsa. È piacevole riprendere una frase di Sol LeWitt, che segna l’estro e la grande inventiva artistici dell’autore: “Mi piacerebbe produrre qualcosa che non mi vergognerei di mostrare a Giotto”.

Articolo di Alessandro Rizzo

 

 

 


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