Monza, Mostra d’arte di Armando Fettolini. 180 da qui.

Monza, Una mostra organizzata, promossa e patrocinata da: Comune di Arcore in collaborazione con: heart – PULSAZIONI CULTURALI coordinamento e realizzazione: Ponte43 a cura di: Simona Bartolena

Villa Borromeo d’Adda, Arcore (Mb)
dal 4 al 27 settembre 2020

orari di apertura: sabato e domenica dalle 15.00 alle 18.30 (e in occasione delle aperture straordinarie della Villa)

Villa Borromeo d’Adda riapre la stagione delle mostre, dopo la fortunata esposizione dedicata a Carla Maria Maggi, con una personale di Armando Fettolini organizzata dal Comune di Arcore in collaborazione con l’Associazione heart – pulsazioni culturali.

La mostra, dall’emblematico titolo di 180 da qui (che fa riferimento a una pausa di sei mesi, dovuta a motivi personali, nella produzione pittorica dell’artista tra l’agosto del 2019 e il gennaio del 2020) raccoglie un corpus importante di opere recenti, molte delle quali realizzate quest’anno.
Elemento distintivo continua a essere la scelta del blu: il colore che ormai da tempo caratterizza la ricerca di Fettolini. In bilico tra figurazione e astrattismo, sogno e realtà, visione ed emozione, i dipinti esposti ben testimoniano il percorso di un artista che ha fatto del paesaggio il luogo di una riflessione che parte dalla sfera privata per raggiungere quella universale.

Il percorso artistico di Fettolini, nato a Milano nel 1960, comincia molto presto, quando ha solo sedici anni: una vera e propria vocazione, quasi una scelta inevitabile. La prima occasione espositiva personale (seguita poi da un lungo percorso artistico ricco di mostre e riconoscimenti) risale al 1987. Il luogo è uno spazio non deputato all’arte ma dalla lunga tradizione: la Trattoria Giuliana di Bernareggio. Grazie alla passione di Renato e Giuliana Ronco, i due proprietari del locale, questa trattoria sperduta nella Brianza del vimercatese era diventata un luogo di culto per gli artisti più all’avanguardia del tempo. Le opere di Fettolini richiamano l’attenzione dell’occhio sensibile di Arturo Vermi, assiduo frequentatore del ristorante, che gli lascia un’interessante (e lusingante) nota critica. Già in quei primi lavori si coglie l’approccio che l’artista ha verso il tema del paesaggio, da lui inteso come luogo dell’autoanalisi e dell’indagine più intima.
All’inizio del nuovo millennio Fettolini definisce i suoi paesaggi Derive occasionali, ovvero luoghi di riposo, di abbandono a sé stessi, di ripensamento libero, occasionalmente necessari per liberare la testa e gli occhi dalla tensione emotiva di cicli pittorici dedicati ad altri specifici temi iconografici. Da allora le Derive occasionali rappresentano, senza dubbio, una costante nella produzione dell’artista, il filo che attraversa tutta la sua ricerca, il porto a cui approdare e da cui ripartire. I paesaggi di Fettolini si collocano in un limbo tra realtà e visione, più vicini a Segantini, Friedrich e Böcklin che a Sernesi e Monet. Le foschie che avvolgono le isole, le montagne, le radure nei suoi dipinti non inseguono un valore percettivo, un’impressione dell’istante, sono evocative, intrise di significati altri, di rimandi metaforici. Sono l’espressione di un viaggio innanzi tutto interiore, un’esperienza spirituale, che parte dall’uomo per elevarsi al trascendente, dall’individuo per raggiungere l’universale.

Negli ultimi quattro anni di lavoro, la sua ricerca ha raggiunto un vertice nel processo di abbandono di ogni suggestione retinica nella percezione, sfiorando l’astrazione. Nell’infinito del colore blu, nella sua complessità e ambiguità, Armando ha trovato il suo mondo espressivo perfetto, un luogo nel quale il suo essere sacro e profano – spirituale e fisico – ha trovato comprensione. Colore dai molteplici significati iconografici e simbolici, dall’oltremare degli antichi all’IKB di Klein, il blu è da sempre il colore pittorico per eccellenza. Il blu è l’orizzonte, l’infinito, l’immensità, ma sa essere tangibile e presente, qui e ora, senza sfuggire alla propria concretezza. E questa sua ambiguità, questo suo essere sacro e profano, non poteva non attrarre un artista che da sempre si muove tra cielo e terra, tra Dio e l’Uomo, tra la dolce banalità del quotidiano, la concretezza tangibile, talvolta perfino rabbiosa e fisica, di un gesto pittorico e la dimensione concettuale di una riflessione filosofica. Il blu, nelle sue diverse nuances, era già presente nella produzione dell’artista, ma spartiva la scena con altri colori: il giallo, ad esempio, qualche inaspettato tono di rosso e, soprattutto, il bianco. Ora, invece, è la vera e propria cifra stilistica, l’elemento di riconoscibilità, protagonista assoluto della ricerca di Fettolini anche dal punto di vista più prettamente teorico e speculativo. Dalla scelta del blu non nasce solo un nuovo linguaggio: si genera anche un pensiero, un’idea, la stessa ragione di essere delle opere.

Il cambiamento – progressivo e necessario – ha preso avvio qualche anno fa ed è giunto ora a uno stadio evolutivo maturo, che suggerisce nuovi e importanti motivi di riflessione nella ricerca di Fettolini. Della maniera precedente resta la fedeltà alla (e la fiducia nella) pittura intesa nel senso più tradizionale del termine. Restano il gesto, l’impasto materico, un uso sapiente del tocco e della pennellata, il segno e una conoscenza approfondita e intelligente dei valori cromatici, del peso dei colori che mai sfugge all’occhio attento del pittore. Progressivamente le campiture cromatiche si sono dilatate, fino a diventare spazi aperti, color fields. E man mano i paesaggi hanno smarrito il confine tra terra e cielo, hanno perduto la linea dell’orizzonte, si sono fatti luoghi intangibili e infiniti, spazi in cui l’elemento paesistico è relegato ad alcuni cenni simbolici o si è nascosto in piccoli dettagli che schiacciano l’occhio alla produzione passata.

Lo sguardo dell’artista è andato oltre l’orizzonte, si è perso tra Whistler, Rothko e l’immaginario Elstir proustiano, annullando i confini di un genere pittorico senza cercarne altri, vagando liberamente in un gioco sottile e convincente di pennellate materiche, costruzioni geometriche e decostruzioni visive, senza darsi alcun limite se non il proprio istinto pittorico.
I paesaggi sono diventati cieli – o meglio, ipotesi di cieli – e spazi assoluti in cui perdersi con l’immaginazione. In alcuni casi Fettolini arriva a destrutturare il paesaggio, a suddividerlo in moduli geometrici autonomi e componibili, annullando di fatto ogni oggettività di rappresentazione, scomponendo l’ipotesi del reale in idee pittoriche, in concetti spaziali basati sulla forma e sul colore: un’ulteriore fuga dall’ipotesi tradizionale dell’opera da cavalletto, pur restando nell’ambito della pittura. Da questa ricerca intensa e profondamente emozionale sono nate opere immersive, avvolgenti e sospese, che paiono giocare con il vero, sfiorandolo per poi allontanarsene. Opere che raccontano una scelta: una scelta espressiva ma anche una scelta poetica, compiuta incamminandosi in un percorso che inizia, non a caso con l’immagine di una stella salente, una stella che simboleggia la volontà del cambiamento e del fare e non l’attesa passiva dell’avverarsi di un desiderio.

Questa nuova fase pittorica sta dando a Fettolini notevoli soddisfazioni anche a livello critico, con importanti mostre personali (come la recente L’infinito in un quadrato, a cura di Elena Pontiggia, negli spazi espositivi dell’Università Bocconi di Milano) e la recente pubblicazione di un volume che racconta il suo lungo percorso artistico (Immergersi nel cielo, La Grafica editore 2019) e di un libro che ne ripercorre invece la sua produzione su carta (Strade di carta, La Grafica editore 2020).

Oltre ad offrire la possibilità di osservare le opere di Armando Fettolini in un contesto affascinante quale quello di Villa Borromeo d’Adda, l’esposizione di Arcore rappresenta anche un’occasione per approfondire il ruolo del colore blu nella pittura di tutti i tempi, tema al quale, nel periodo della mostra, sarà dedicata una conferenza, con Simona Bartolena, curatrice della mostra, come relatrice.


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